Il nostro è un tessuto produttivo che sa di essere indietro ma non sa bene come colmare il divario. Nel parliamo con Marco Brandalesi, principal di Bonfiglioli Consulting
L’industria italiana si scopre efficiente e sostenibile ma ancora troppo poco digitale. È questa la fotografia del nuovo studio “What’s Next nelle Operations? Benchmarking Study” di Bonfiglioli Consulting, ricerca biennale che analizza lo stato di maturità dell’industria nazionale in cinque aree chiave — Operations, Supply Chain, Sostenibilità, Digitalizzazione e Risorse Umane — per mappare la transizione verso la Smart Factory.
Lo studio è stato presentato nei mesi scorsi, durante l’AI Operations Forum 2025, organizzato da Bonfiglioli Consulting, con interventi di IBM Technology Italia, Automobili Lamborghini, Michelin, Oversonic e SCM Group, e contributi accademici di Francesco Ubertini (CINECA) e Alec Ross, esperto internazionale di politiche tecnologiche.

I risultati dello studio sulla maturità delle imprese italiane
L’indagine ha coinvolto oltre 100 aziende di 22 settori industriali, con un campione composto per l’85% da figure C-level e per l’83% da imprese con oltre 100 dipendenti, prevalentemente B2B (87%). I risultati evidenziano performance solide in ambito sostenibilità e operations, seguite da supply chain e risorse umane, mentre la digitalizzazione si conferma la dimensione con maggior potenziale di sviluppo. Lo studio di Bonfiglioli Consulting, infatti, rileva un indice di maturità digitale del 48% per le industrie italiane.
Sostenibilità e operations: i punti di forza dell’industria italiana
La sostenibilità si attesta come un elemento strategico dell’industria italiana, con un livello medio di maturità dell’89%. Il 74% delle imprese investe fino al 5% del fatturato in iniziative sostenibili, il 19% investe fino al 30% e solo il 7% non ha ancora investito in programmi strutturati. Per oltre il 35% ci sarà un aumento nei prossimi anni.
Su fronte delle operations, i processi industriali italiani, incluse le fasi di procurement, logistica inbound e outbound e produzione, mostrano una buona maturità operativa (71%) e una chiara visione strategica: il 62% delle aziende dichiara di avere un programma di Eccellenza Operativa, e il 75% pianifica su orizzonti superiori ai tre anni. Gli obiettivi prioritari sono: differenziare in termini di innovazione di prodotto, servizi e qualità (88%), ottimizzare i processi per ridurre i costi di prodotto (83%) e accelerare il Time-to-market (72%). Circa il 33% delle aziende utilizza strumenti di miglioramento continuo in modo strutturato.
Le HR si confermano un pilastro fondamentale della trasformazione industriale, con un livello medio di maturità del 58% e una tendenza in crescita. Nel 2025, il 92% delle imprese ha investito meno del 5% del fatturato in formazione, il 6% tra 5% e 10%, e solo il 2% non ha investito. Tuttavia, il 33% prevede di aumentare i budget destinati alla formazione nel prossimo anno.
Abbiamo chiesto a Marco Brandalesi, principal Bonfiglioli Consulting, di commentare gli aspetti principali che sono emersi dallo studio, in particolare soffermandosi più da vicino sul tema della trasformazione digitale delle imprese e l’impiego dell’Intelligenza Artificiale. Ambiti rispetto ai quali la strada da percorrere pare essere ancora lunga e impegnativa da percorrere.
C’è un aspetto principale, in generale, che è emerso dallo studio?
La ricerca parte da una domanda semplice ma tutt’altro che banale: stiamo vivendo un’evoluzione o una rivoluzione nelle operations? Il contesto competitivo è ormai VUCA — volatile, incerto, complesso e ambiguo — e le aziende manifatturiere si trovano a gestire una doppia sfida: mitigare i rischi e allo stesso tempo cogliere le opportunità offerte da nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale. Ci siamo quindi chiesti se l’AI e la digitalizzazione stiano cambiando le operations, o le stiano riscrivendo da zero. Con questa chiave di lettura possiamo interpretare i risultati che, nel loro insieme, indicano che forse un cambio di paradigma più profondo nei modelli di impresa è già cominciato.
Dallo studio risulta che l’indice di maturità digitale delle imprese si attesta intorno al 48%. Come va letto questo dato?

L’indice di digitalizzazione è molto basso, ed è basso anche l’indice di HR impact. È come se avessimo un doppio collo di bottiglia, all’interno dell’organizzazione. Abbiamo imprese che tenderebbero a dichiararsi mature complessivamente dal punto di vista operativo, ma poi si dichiarano molto immature dal punto di vista della digitalizzazione e anche dal punto di vista della gestione delle risorse umane. Quindi in realtà registriamo una situazione che è ancora ancorata ai paradigmi tradizionali. Non ci sono salti in avanti per quello che riguarda l’incrocio tra digitalizzazione, la supply chain e le operations. Dei tre ambiti, quello della supply chain è l’ambito che ha performance migliori, perché essendo un processo transazionale beneficia di una naturale tendenza alla digitalizzazione. Sappiamo che la gestione della catena di fornitura, il planning, i magazzini, la gestione dei fornitori, sono tipicamente governate da elementi digitalizzati. Il nostro campione si mostra naturalmente più digitalizzato, per questo settore. Addirittura, per il 14% del campione, si può parlare di una supply chain “intelligente”, molto avanzata.
Marco Brandalesi, principal Bonfiglioli Consulting
In maniera molto sintetica possiamo dire che le imprese sono piuttosto indietro nel percorso di digitalizzazione. Lo si vede anche dalle risorse impiegate: c’è addirittura un 5% di imprese del campione che non ha ancora avviato investimenti in quest’area. Quali sono i motivi principali di questo ritardo e le imprese ne sono consapevoli?
Sì, le imprese si percepiscono ancora arretrate rispetto alla digitalizzazione. Ne sono consapevoli. Lo possiamo capire e lo si vede in diverse situazioni. Quando chiediamo come e in quale punto della catena del valore vorrebbero digitalizzare di più, ecco che il campione non ha una posizione precisa. I punteggi in tutte le aree sono uguali e sono molto bassi: in una scala da 1 a 4 abbiamo una media di 1,5. Le imprese sanno di essere indietro, non sanno però esattamente in quale ambito lo sono di più, né sanno dove devono progredire di più. Il grande tema è che le imprese sono alla ricerca di una digitalizzazione che porti importanti vantaggi di tipo economico nel breve periodo, ma sappiamo che non può essere così. Il motivo principale per cui le imprese sono indietro è proprio questo, perché non è loro chiaro se e come possano investire in qualcosa che poi alla fine non comporta evidenti vantaggi economici nell’immediato. Occorre che le imprese capiscano che la digitalizzazione in realtà non è un elemento di costo, ma è una condizione di base per poter crescere dal punto di vista strategico, dell’innovazione e del valore condiviso.
Quali processi possono aiutare concretamente le imprese a incrementare l’impegno per una maggiore digitalizzazione?
Sicuramente investimenti, che possono essere a costi contenuti, in machine learning, algoritmi predittivi, e IoT. Strumenti che possono aiutare molto le organizzazioni, perché il loro impiego facilita la comprensione delle grandi potenzialità della digitalizzazione.
Qual è invece il rapporto tra imprese e AI, in base al report?
Molto complicato. La metà delle aziende del nostro campione non ha neanche avviato progetti di intelligenza artificiale, né analitica, né operativa, né generativa. Da un lato, verso l’AI generativa c’è molto timore di esporre l’organizzazione alla rivelazione di segreti industriali o di brevetti o anche di esporsi a pericoli legati alla cyber security. E c’è una effettiva difficoltà a capire quali possano essere le applicazioni di AI utili. Hanno molto chiari i rischi, in termini di percezione e sentono l’incertezza del ritorno effettivo dell’investimento. Questo porta i manager e gli investitori a diventare estremamente prudenti, eccessivamente prudenti.
Chi invece investe nell’AI, lo fa con quali obiettivi?
Le fabbriche investono in AI per motivi di riduzione dei costi e di efficienza. Nella gestione della catena di fornitura, invece, si ricerca di più un’efficacia dei processi. Quindi si cercano tante soluzioni per migliorare il livello di affidabilità della domanda e del mercato, piuttosto che utilizzare gli algoritmi e quindi l’AI generativa per ridurre i rischi della catena di fornitura. Attraverso le tre tipologie di intelligenza artificiale, analitica, operativa e generativa, soprattutto la prima e la terza, mettiamo insieme degli investimenti tutto sommato non elevatissimi, che ci danno un ritorno in termini di reputazione sul mercato. L’impresa infatti riesce ad essere più veloce, più flessibile, più puntuale. E questo ha un effetto sulla catena di fornitura, per cui se riusciamo a essere più efficaci sul mercato, migliora il rapporto con i fornitori, che a loro volta hanno più certezze e quindi prestazioni migliori in termini di qualità e puntualità. Possiamo dire che le imprese che hanno introdotto l’AI, stanno lavorando bene sulla parte di gestione del rapporto con il cliente e col mercato e parimenti nella gestione dei fornitori e della catena di fornitura. Invece, nelle fabbriche si introduce l’AI per la ricerca della riduzione dei costi di trasformazione, ma dal momento che le soluzioni digitali sono ancora molto costose, i ritorni degli investimenti sono, tutto sommato, bassi. In sintesi, quindi, chi introduce la AI lo fa in modo prevalente su processi transazionali, con software che tutto sommato ormai sono diffusi, costano relativamente poco e hanno un impatto visibile e interessante per l’impresa.
Da dove può partire una spinta vigorosa al cambiamento?
Dai manager, dai quali dobbiamo pretendere una forte azione di convincimento nei confronti delle organizzazioni e delle imprese soprattutto in rapporto alle risorse umane. Dobbiamo cominciare a fare evolvere le persone all’interno delle organizzazioni perché prima o poi la rivoluzione arriverà. In questo momento il software è più avanti dell’hardware. Ma quando batterie, robot, gli attuatori elettromeccanici saranno pronti, la rivoluzione, il cambiamento in azienda avverrà in modo molto molto rapido. Quindi è opportuno preparare le persone, fin da ora, far conoscere quali sono le tecnologie disponibili, a che cosa servono e perché è giusto introdurle. Invece in questo momento c’è paura e questo approccio è pericoloso perché rischia di farci restare indietro fino a non essere preparati al cambiamento.


