17/03/2022

Andrea Radin

 

Creatività e innovazione sono due parole di “moda” in questo periodo, a tal punto che rischiano di essere “svuotate” del loro significato. Ma allo stesso tempo chi con queste parole ci lavora sta mostrando e dimostrando che non sono due concetti astratti o irraggiungibili per le nostre aziende.

 

La creatività è un processo collettivo e razionale

La creatività non è qualcosa di “innato” che se qualcuno non possiede dalla nascita non potrà mai avere, ma è un “muscolo” che va allenato: mi piace dire che la creatività è la capacità di mettere insieme, far comunicare, interagire mondi che sembrano solo apparentemente lontani. Questi mondi possono essere oggetti, prodotti, servizi, tecnologie, sistemi, relazioni che combinati tra di loro possono tirar fuori soluzioni a cui non si era pensato prima per risolvere un problema, soddisfare un’esigenza, afrontare una sfida.

La creatività non è lampo di genio o intuizione del singolo, come in questi anni ci hanno fatto credere con storie, libri di persone di successo: è esercizio collettivo perché è il gruppo, è la contaminazione tra le persone, che porta a sviluppare, sperimentare, imparare e creare qualcosa di diverso. Ed è per questo motivo che in questi ultimi anni si parla di Corporate Creativity dove si sono sviluppate diverse metodologie e strumenti – come il design thinking e la gamifcation – che possono essere applicati differentemente in
base alla fase del processo creativo in cui ci si trova.

La creatività diventa quindi un processo razionale analogo a quello degli esperimenti scientifici, perché oltre alle metodologie da considerare, che uniscono momenti di divergenza a quelli di convergenza, vanno anche considerati i dati che sono necessari per valutare se le nostre idee, ipotesi e assunzioni sono esatte, vanno riviste o sono sbagliate e occorre ripetere il percorso, in una logica di apprendimento continuo.

 

La creatività collettiva attiva il pensiero laterale

Con il termine “pensiero laterale”, coniato dallo psicologo maltese Edward De Bono, si intende una modalità di risoluzione di problemi logici (problem solving) che prevede un approccio che parte dall’osservazione del problema da diverse angolazioni, contrapposta alla tradizionale modalità che prevede la concentrazione su una soluzione diretta al problema.

Può sembrare fantascienza per qualcuno, ma la prima cosa da fare è partire da quello che una persona, un’azienda sanno fare, e seguire questi punti:
• slegare le competenze dal lavoro e dal prodotto, andando ad individuare capacità ed esperienze che permettono di compiere un determinato lavoro e realizzare un prodotto e servizio;
• uscire dall’ufficio, parlare, incontrare e coinvolgere persone di altri reparti, internamente, e/o di altre aziende (partendo da clienti e fornitori) per affrontare problemi, esigenze con punti di vista diversi.

Ma prima di tutto è fondamentale farsi domande e porsi tanti perché, per non fermarsi a risposte che solo in apparenza potrebbero essere quelle giuste.

 

I punti cardini della creatività e pensiero laterale

Per poter far emergere il potenziale occorre partire da questi punti cardine:

  • la Contaminazione non è occasionale e deve essere inserita in un processo di Corporate Creativity;
  • conta il metodo più che la leadership, perché oggi è fondamentale costruire prima il “campo da gioco” e le regole su cui “mettere a terra” il pensiero creativo e laterale;
  • si passa da una definizione di ruoli “tradizionali” ad una definizione di ruoli “a nodi”, slegando le competenze dal lavoro mansionario e coinvolgendo le diverse persone in base alle opportunità di business che si presentano;
  • occorre facilitare l’incontro tra generazioni, dove ognuna di esse ha delle caratteristiche distintive, che se combinate portano a soluzioni e sviluppi prima impensabili;
  • prevedere un riadattamento delle competenze e dei modelli, osservando sia i cambiamenti che avvengono in continuazione sia disegnando scenari e possibili futuri;
  • raccogliere i segnali deboli che arrivano sia internamente alle organizzazioni che esternamente nell’ecosistema di cui le stesse fanno parte.

 

 

Il ruolo dell’integratore per il processo di innovazione

Perché questi processi di innovazione nascano e diventino dei processi strutturati è fondamentale che si combinino contaminazione, coinvolgimento e coordinamento.

Fondamentale è individuare un’entità che svolga il ruolo di Integratore, che con un approccio orientato alla persona e all’innovazione guida l’azienda o un ecosistema di aziende.

L’integratore deve:

  • Raccogliere i segnali deboli e opportunità di business provenienti sia dall’esterno che all’interno delle organizzazioni;
  • Creare situazioni di contaminazione tra persone, competenze e know how diversi tra di loro, portando alla generazione di nuove idee e nuove opportunità di business;
  • Diventare “facilitatore della fiducia e arbitro” stabilendo le modalità di lavoro, le regole del gioco, e curarne il consolidamento nel tempo;
  • Definire la struttura e i processi di innovazione e Corporate Creativity adeguandoli alle evoluzioni dei mercati;
  • Diventare “gestore della comunicazione” configurando un sistema di comunicazione “aperto” che riceve feedback dal mercato, facilitando così la comunicazione lungo la catena del valore della rete;
  • Valorizzare le competenze distintive dei nodi della rete, attraverso un approccio di miglioramento continuo;
  • Individuare gli attori da coinvolgere sia interni alla rete che esterni attraverso l’adozione di una strategia di open Innovation.

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