Al Tecnopolo di Bologna esperti e istituzioni hanno discusso come il Vecchio continente può passare dall’essere utilizzatrice passiva di tecnologie estere a produttrice di innovazione
Non basta avere eccellenze scientifiche e talenti diffusi: per contare nell’AI l’Europa deve imparare a crescere e a fare scala. Il nodo non è generare nuove idee, ma trasformarle in imprese capaci di competere a livello globale.
Lo scorso giugno il Tecnopolo di Bologna ha ospitato un appuntamento cruciale per chi guarda al futuro europeo dell’intelligenza artificiale, l’evento AI e Innovazione: l’Europa cambia gioco, da taker a maker. È stato organizzato dalla Fondazione IFAB insieme a Obloo Ventures, con il supporto di ART-ER e dell’ICSC – Centro Nazionale di Ricerca in HPC, Big Data e Quantum Computing. L’appuntamento ha riunito ricercatori, imprenditori, investitori e rappresentanti istituzionali con un obiettivo chiaro: discutere come l’Europa possa costruire un proprio ruolo nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale, passando da semplice utilizzatrice di tecnologie sviluppate al di fuori del continente (taker) a produttrice di innovazione (maker).
Da troppo tempo il continente viene percepito come fruitore passivo di tecnologie sviluppate altrove. Nel campo dell’AI questo divario si è allargato: Stati Uniti e Cina hanno consolidato la loro leadership, attirando capitali, talenti e dati. L’Europa, pur contando su eccellenze scientifiche e infrastrutture di ricerca avanzate, fatica a trasformare le proprie competenze in prodotti e modelli di business competitivi.
La posta in gioco è enorme. L’intelligenza artificiale non è solo una leva tecnologica, ma un fattore di potere economico e geopolitico, capace di influenzare equilibri industriali e scelte politiche. Quale spazio può conquistare l’Europa in questo scenario? Quali strategie sono necessarie per rafforzare la sua autonomia e la sua competitività?
Domande urgenti, a cui l’appuntamento di Bologna ha provato a dare risposte concrete attraverso keynote e tavole rotonde che hanno intrecciato visioni industriali, politiche e accademiche.
Prima i dati, poi tutto il resto

Il primo contributo è arrivato da Enrico Signoretti, VP Product & Partnerships di Cubbit, che ha aperto i lavori con una riflessione sul posizionamento dell’Europa nella corsa all’AI. Il cuore del suo intervento è stato il tema dei dati. «Se la vostra strategia per l’AI non parte dai dati, non è una strategia per l’AI», ha dichiarato, ricordando come molti progetti falliscano proprio per mancanza di dataset di qualità e di strumenti di governance.
A rendere il quadro ancora più fragile contribuiscono i silos informativi, i lock-in con i grandi cloud provider e la perdita progressiva di competenze interne da parte delle aziende. «La potenza del dato è nulla senza controllo», ha ammonito, sottolineando che consolidamento, sicurezza, visibilità, resilienza, accessibilità e indipendenza devono diventare i pilastri di una vera data first strategy europea.
Il dato come leva strategica e geopolitica
La riflessione non si è fermata agli aspetti tecnici, ma ha toccato anche le implicazioni geopolitiche. Oggi l’Europa dipende in larga parte da Stati Uniti e Cina per infrastrutture e servizi digitali, esponendosi a rincari improvvisi, vincoli contrattuali sfavorevoli e vulnerabilità strategiche. In questo quadro, il dato diventa la vera materia prima, il “petrolio” su cui costruire autonomia e competitività.
Signoretti ha spiegato come nell’AI i modelli possano diventare rapidamente una commodity, mentre i dati restano la vera risorsa strategica. «Il nostro vantaggio competitivo non sono i modelli, ma la qualità e l’accessibilità dei dati», ha ribadito, sottolineando che l’Europa dispone di un patrimonio unico, soprattutto in settori come la sanità e la manifattura, che deve però imparare a valorizzare attraverso infrastrutture sicure e normative capaci di favorirne l’utilizzo.
Il suo intervento ha toccato anche il nodo delle competenze. Secondo Signoretti, il futuro dell’AI non dipenderà solo dalla potenza di calcolo, ma dalla capacità di integrare design, hardware e software in applicazioni concrete. Ha citato l’esempio della Silicon Valley, dove la convergenza tra ricerca, impresa e cultura del design sta ridisegnando l’applicazione quotidiana dell’intelligenza artificiale. Per l’Italia, ha osservato, questo potrebbe essere un terreno fertile, grazie al patrimonio di competenze nel design industriale e nell’integrazione tecnologica.
Si può fare innovazione senza le start up?
Il primo panel della giornata, intitolato Imprese e AI: si può fare innovazione senza le start-up?, ha aperto un confronto serrato su un nodo centrale: come rendere l’ecosistema europeo capace di trasformare le start-up in imprese solide e competitive. Come ha ricordato il moderatore Misal Memeo (Obloo Ventures), negli ecosistemi più maturi le start-up sono il punto di contatto che consente alle grandi aziende di adottare nuove tecnologie e validarle sul mercato. In Europa, però, questa dinamica è più fragile e richiede un salto di qualità.
Start-up e capitali: l’anello mancante dell’AI europea
«In Europa il problema non è la partenza: è l’arrivo. Tante start-up nascono, poche scalano», ha detto Paola Bonomo, business angel e membro del comitato scientifico internazionale della Fondazione IFAB, che ha messo sul tavolo i numeri più eloquenti. I round sopra i 100 milioni di euro sono 6,7 volte meno frequenti rispetto agli USA, e anche eliminando dal confronto il Venture Capital americano, le sole Big Tech statunitensi investono 17 volte l’intero VC europeo. Il risultato è un’asimmetria strutturale che si traduce in mancanza di “ecosistemi-galassia”: poli capaci di irradiare innovazione e di generare filiere, come accade con Nvidia o Google nella Silicon Valley. «Il mercato unico dei capitali non è uno slogan: meno frammentazione, più scala», ha ammonito Bonomo, sottolineando la necessità di un coordinamento istituzionale e industriale che oggi ancora manca.
Alle sue parole ha fatto eco Vincenzo Colla, vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, con un richiamo alla dimensione politica e strategica. «Questa è una crisi da incertezza: senza regole chiare il mercato si blocca», ha affermato, evidenziando come le tensioni geopolitiche e commerciali rendano urgente un cambio di rotta europeo. Colla ha ricordato l’investimento di 430 milioni sull’AI e sul supercomputer Leonardo, messo a disposizione anche del settore privato, e ha insistito su un concetto: la sovranità tecnologica si conquista con i talenti. «Chi vincerà la sfida sarà chi avrà le teste. Le start-up senza talenti non esistono», ha dichiarato, invitando anche il sistema bancario a smettere di “dare il chip” e a diventare partner dei progetti imprenditoriali.

Dalle corporate alle start-up: un’alleanza possibile
Dal piano politico a quello operativo, Andrea Santagata (Mondadori Media) ha portato un esempio concreto di come una corporate possa contribuire a far crescere l’ecosistema. Mondadori ha avviato un acceleratore che, in poco più di un anno, ha esaminato oltre mille start-up GenAI, di cui circa 700 italiane. Alcune sono già entrate in progetti sperimentali, altre potrebbero essere acquisite. «Non raccogliete troppo capitale: valutazioni gonfiate uccidono le exit sane», ha consigliato Santagata, sottolineando come l’AI stia entrando rapidamente nei processi aziendali, dalla customer care alla gestione delle operations, con una velocità persino superiore a quella della digitalizzazione di vent’anni fa.
Infine, la voce delle start-up è arrivata con Alessandro Nuara, co-founder di AD Cube. Partita dal Politecnico di Milano, la sua impresa applica l’AI alla pubblicità digitale e lavora già con colossi come Google e Meta. Ma il vero ostacolo, ha raccontato, non è solo tecnologico: «La tecnologia non basta: servono posizionamento e go-to-market con i partner giusti». La strategia è chiara: validare in Italia prodotto e organizzazione, per poi scalare in mercati più profondi come Stati Uniti e Regno Unito e raccogliere capitali con maggiore credibilità.
La discussione si è chiusa con una riflessione di Colla che suona anche come monito: «Le start-up vanno fatte diventare imprese: capofiliera, università, finanza partner». Perché l’Europa possa davvero competere, non bastano idee brillanti o talenti sparsi: servono capitali scalabili, una cultura dell’esecuzione, strumenti operativi e politiche capaci di dare profondità e continuità ai percorsi di crescita. Solo così l’AI europea potrà passare dal potenziale all’impatto reale.
Start-up AI: è ora di scalare
Se la prima tavola rotonda aveva messo a fuoco una delle fragilità strutturali dell’Europa, ovvero la difficoltà di accompagnare le start-up verso una crescita solida, la seconda ha raccolto il testimone con un titolo che suona come un invito all’azione: Start-up AI: è ora di scalare.
Scarsità di capitali, mercato frammentato e infrastrutture ancora immature sono le zavorre che impediscono di scalare. Da qui il richiamo di Alberto Acito, direttore di Innovit a San Francisco, che ha portato l’esperienza di un ponte concreto con la Silicon Valley: bootcamp settoriali e programmi che hanno già coinvolto oltre 780 professionisti italiani. «La diaspora non è una perdita, ma un capitale da riattivare», ha osservato, sottolineando come il legame con chi è partito possa trasformarsi in una leva per rafforzare l’AI europea sulla scena globale.
Sul fronte finanziario, Nicola Redi (Obloo Ventures) ha proposto una sorta di bussola: «Finanza, mercato unico, management, cultura imprenditoriale e infrastrutture» sono i cinque pilastri indispensabili per crescere. Senza questi elementi, l’Europa continuerà a restare indietro.
Dati sintetici e privacy: innovare nel rispetto del GDPR
Accanto ai capitali, i dati sono emersi come vero terreno di competizione. Daniele Panfilo, CEO di Aindo, ha ricordato che «i modelli possono diventare rapidamente una commodity, mentre i dati restano il vero vantaggio competitivo». Per affrontare i vincoli del GDPR senza rallentare l’innovazione, Aindo lavora sui dati sintetici, che permettono di conciliare privacy e sviluppo, aprendo prospettive concrete in settori sensibili come la sanità e la ricerca clinica. È l’esempio di come trasformare un vincolo regolatorio in un’opportunità di crescita.
Il tema delle infrastrutture ha portato due voci complementari. Marina Silverii (ART-ER) ha avvertito che non basta costruire spazi tecnologici se restano isolati: «Il Tecnopolo di Bologna non deve diventare una cattedrale nel deserto», ha detto, indicando la necessità di luoghi vivi, capaci di attrarre capitali, corporate e talenti. Davide Salomoni (ICSC) ha fatto eco alla sua osservazione con un avvertimento netto: «Un’infrastruttura senza accesso reale alle imprese è solo una vetrina». Dietro queste parole il messaggio è che la sovranità tecnologica non si conquista solo con algoritmi e software, ma con filiere complete, dall’hardware alle GigaFactories, che restino sotto controllo europeo.
Dal potenziale all’impatto: la sfida per l’AI europea
Il filo rosso che ha attraversato la discussione è stato la necessità di un salto: dal proof of concept alla scala. Perché non basta sperimentare, serve un ecosistema in cui le start-up possano crescere con capitali “giusti” e non gonfiati, con dati di qualità, con talenti connessi globalmente e con infrastrutture realmente accessibili. In mancanza di questa combinazione, l’Europa rischia di restare un laboratorio brillante, ma incapace di incidere sul terreno che conta di più: il mercato globale.Ed è proprio qui che si misura la sfida lanciata dall’evento: se davvero l’Europa vuole passare da taker a maker, deve trasformare il suo potenziale in impatto reale, costruendo le condizioni perché le start-up non solo nascano, ma diventino protagoniste della nuova economia dell’intelligenza artificiale.


