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I fondi per l’innovazione sono una strada in salita

Mentre aumentano le risorse crescono anche le complessità. Il supporto dei consulenti è necessario e solleva interrogativi sulla reale accessibilità ai programmi

Chiunque abbia provato almeno una volta a partecipare a un bando europeo di grande portata, come Horizon Europe o l’EIC Accelerator, potrebbe aver provato inizialmente un senso di spaesamento dovuto alla complessità dei passaggi da effettuare. Documentazione sterminata, regole tecniche, vincoli burocratici, scadenze stringenti, obbligo di partenariati internazionali… Tutti requisiti che vanno oltre la semplice descrizione di un progetto ad alta qualità scientifica. In questo contesto, il supporto di un consulente esperto diventa cruciale, rivelando un problema più ampio: l’accesso ai fondi per l’innovazione è davvero alla portata di tutti? Negli ultimi anni, la figura del consulente per la progettazione europea è diventata non solo comune, ma praticamente necessaria. Un’evoluzione che nasce da un’esigenza concreta: i programmi di finanziamento sono così specialistici e competitivi, con tassi di successo inferiori al 5%, da richiedere competenze che raramente si trovano internamente, soprattutto in start-up, PMI o piccoli gruppi di ricerca universitari.

È proprio su questo nodo che è intervenuta, con chiarezza e una certa preoccupazione, l’EAIC (European Association of Innovation Consultants). L’EAIC è un’associazione europea che riunisce le principali società e professionisti della consulenza specializzata nella progettazione e gestione di proposte finanziate da programmi europei per la ricerca e l’innovazione, come Horizon Europe, EIC Accelerator, LIFE, Digital Europe e altri. In un intervento a firma del Vice Presidente Xavier Aubry e del Presidente Luc Ragon, a gennaio 2025, l’associazione ha difeso il ruolo dei consulenti nel processo di candidatura, mettendo però indirettamente in luce un problema sistemico: senza professionisti dedicati, molti soggetti, anche con ottime idee, restano esclusi dai circuiti dei grandi fondi europei. Perché si verifica tutto questo?

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Finanziamenti per competizione o per merito?

La retorica dell’eccellenza, pilota delle logiche di selezione nei grandi programmi R&I europei, si basa su un’idea teoricamente virtuosa: finanziare i migliori progetti, indipendentemente dalla loro provenienza. Ma nei fatti, chi riesce a emergere è spesso chi si può permettere una macchina progettuale rodata, oppure chi ha accesso a reti di competenze consulenziali altamente specializzate. Quindi, in sostanza, emerge chi possiede i mezzi abilitanti per farlo, anche se non derivano dalla propria preparazione o dalla bontà della proposta. Per molti ricercatori, il costo (non solo economico, ma in termini di tempo e know-how) per predisporre una proposta di successo è troppo alto.

Preparare un progetto competitivo significa affrontare una mole di lavoro che includa: analisi del bando e dei suoi obiettivi strategici, costruzione del consorzio, definizione degli impatti attesi. E ancora: pianificazione economico-finanziaria coerente con le policy europee, gestione dei rischi, strategie di dissemination. Il tutto entro scadenze non prorogabili e con regole che cambiano frequentemente. In questo contesto, il consulente diventa una figura-chiave fondamentale, che non si limita alla redazione tecnica, perché svolge anche un ruolo di mediazione, regia e traduzione strategica. Infatti coordina gli eventuali partner, armonizza le visioni, allinea le aspettative con i criteri di valutazione della Commissione. Insomma, stabilisce una strategia operativa coerente e funzionale per la riuscita della proposta. Senza il suo intervento, molti progetti potrebbero non nascere nemmeno.

I costi della consulenza, un ulteriore scoglio per chi innova

C’è un’altra complicazione: i costi della consulenza. Sebbene alcuni consulenti adottino modelli a success fee (pagamento solo in caso di vittoria), ciò comporta comunque un rischio e un impiego di tempo ed energie non indifferenti. Inoltre, il supporto nella fase di candidatura non può essere coperto con i fondi del progetto, poiché le regole UE consentono di rendicontare solo spese successive alla firma del Grant Agreement. Il risultato è un paradosso: per accedere a fondi europei servono risorse che molti non hanno, e che il sistema non finanzia, generando così una selezione pro-tempore dai criteri fallaci, poiché basati solo sull’effettiva possibilità del candidato. Così, mentre sulla carta si promuove l’accesso equo e inclusivo alla ricerca e all’innovazione, nella pratica si assiste a una selezione naturale al contrario: non vince necessariamente chi ha l’idea migliore, ma chi riesce a sopravvivere alla burocrazia e a sostenerne i costi preliminari.

La necessità di una riflessione sul sistema attuale

Difendere il ruolo dei consulenti, come fa giustamente l’EAIC, non significa ignorare il problema. Anzi, lo rende visibile: i consulenti non sono il problema, sono la conseguenza di una progettazione che è diventata troppo complessa per chi propone, ma non strutturata a sufficienza per chi dovrebbe supportare l’innovazione. E se una fetta consistente dei finanziamenti UE si basa sulla presenza di questi professionisti esterni, la vera questione non è la loro legittimità, di cui, anzi, la consulenza è spesso indispensabile, bensì: perché un tale modello è diventato così fondamentalmente necessario? È un campanello d’allarme: se il sistema tende a premiare solo chi ha già strutture, capitali e connessioni, rischia di trasformarsi in un meccanismo esclusivo, anziché inclusivo. Il che cozza con la missione dei bandi Europei: finanziare progetti di ricerca e innovazione, sì, promuovendo l’equità e la coesione.

Se una componente significativa del sistema funziona solo grazie a professionisti esterni, la questione non è se i consulenti siano legittimi (e lo sono), ma perché siano diventati indispensabili. Può un sistema di finanziamento pubblico, rivolto alla promozione dell’innovazione, fondarsi su dinamiche che di fatto favoriscono chi vi è già inserito? Se la risposta è no, allora  c’è una disuguaglianza strutturale intrinseca, ed è necessario immaginare forme di semplificazione, accompagnamento istituzionale o finanziamento delle fasi preparatorie, che restituiscano pari opportunità d’accesso. La complessità, in sé, non è un male. Anzi, spesso è necessaria. Ma deve essere giustificata e non fine a sé stessa. Altrimenti diventa un filtro silenzioso, che premia la resilienza burocratica più della visione trasformativa.

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