Leadabeelity punta sulle abitudini per sostenere benessere, leadership e performance nel tempo.
In un mercato in cui trovare competenze è sempre più difficile, sostituire le persone ogni volta che le loro performance iniziano a rallentare non può essere una strategia sostenibile. Soprattutto quando quelle persone hanno accumulato negli anni esperienza, conoscenza dei processi e memoria aziendale.
È da questa osservazione che nasce Leadabeelity, il progetto fondato da Pasquale Natella con l’obiettivo di lavorare contemporaneamente su benessere, abitudini e leadership.

«Per anni ho lavorato nelle risorse umane, cercando, valutando e inserendo executive all’interno delle aziende», racconta Natella. Proprio durante questa esperienza ha iniziato a notare un fenomeno ricorrente: sempre più imprese chiedevano manager più giovani, anche per sostituire professionisti che fino a pochi anni prima erano considerati top performer.
La domanda, a quel punto, è diventata un’altra: perché persone che hanno performato ad alti livelli per anni smettono progressivamente di farlo?
Sostituire le persone non basta
Per Natella il tema non riguarda semplicemente l’età.
«Se una persona a 50 anni ha le gomme sgonfie, qualcuno quelle gomme le ha sgonfiate. Non possiamo dire di mettere le persone al centro e poi, quando sono stanche, pensare semplicemente di sostituirle».
C’è anche un problema strutturale: continuare a ringiovanire le organizzazioni attraverso una sostituzione costante delle figure senior difficilmente può rappresentare una soluzione di lungo periodo.
E per un’azienda sostituire continuamente le persone significa anche perdere parte delle competenze costruite internamente. «Se per crescere prendo sempre persone nuove, mi perdo la memoria storica, il background, i processi che già funzionano bene».
La questione diventa quindi capire come mantenere le persone capaci di generare valore più a lungo, aiutandole allo stesso tempo a stare meglio e ad affrontare organizzazioni e mercati in continua trasformazione.
Dalla formazione alle abitudini quotidiane
Da qui prende forma Leadabeelity.
Natella ha riunito competenze provenienti da ambiti diversi, dalla nutrizione sportiva alle neuroscienze, dalla longevità alla preparazione atletica, lavorando per circa due anni sul rapporto tra comportamento e costruzione delle abitudini.
Il punto di partenza è molto semplice: conoscere ciò che fa bene non significa necessariamente riuscire a farlo.

«Ormai sappiamo tutti, almeno teoricamente, cosa dovremmo mangiare o quanto dovremmo muoverci. Il problema è che spesso non lo facciamo».
Per questo Leadabeelity si basa su due elementi centrali: longevità e routine.
L’obiettivo non è chiedere alla persona di modificare improvvisamente il proprio stile di vita, ma introdurre progressivamente nuove abitudini all’interno di quelle che già possiede.
È lo stesso principio applicato anche allo sviluppo della leadership: non una formazione concentrata in poche giornate, ma piccoli comportamenti ripetuti nel tempo.
«Il cambiamento di una routine dipende dalla frequenza. Possiamo partire da un task di tre minuti e aumentare progressivamente. Dopo mesi quel comportamento diventa parte del tuo modo di lavorare».
Quattro aree per lavorare sulla performance
Il percorso interviene su quattro aree: mentale, alimentare, fisica e leadership.
La sequenza, spiega Natella, non è casuale. Si parte dalla componente mentale e alimentare, si interviene successivamente sulla parte fisica e infine si lavora in maniera più intensa sulla leadership.
«Se sei stanco e debilitato è difficile chiederti anche di metterti in discussione come leader. Prima dobbiamo costruire le fondamenta».

Ogni percorso parte da un assessment e procede attraverso task progressivi.
Sul fronte alimentare, ad esempio, la prima fase serve a raccogliere informazioni sulle abitudini esistenti. Il cambiamento non avviene attraverso un piano completamente diverso imposto da un giorno all’altro: inizialmente vengono modificate soltanto alcune occasioni alimentari, aumentando progressivamente gli interventi.
Lo stesso principio viene utilizzato per l’attività fisica.
Una persona completamente sedentaria può iniziare con pochi minuti di esercizio, per arrivare gradualmente a un’attività più strutturata che comprende resistenza, mobilità, forza ed equilibrio.
Una leadership costruita nei comportamenti
Anche sulla leadership Leadabeelity parte dal comportamento quotidiano.
Attraverso l’assessment iniziale, la persona definisce innanzitutto che tipo di leader vuole essere. Il sistema mette quindi a confronto quell’obiettivo con le dimensioni emerse dall’analisi e individua le routine sulle quali lavorare.
Se l’obiettivo è diventare, ad esempio, un leader più inclusivo o capace di ascoltare maggiormente il team, vengono assegnate attività da sperimentare direttamente nella vita professionale.
Non si tratta quindi necessariamente di aggiungere altro tempo alla giornata.
«Il task sulla leadership lo fai durante una riunione che avresti comunque fatto. Devi leggere l’attività, metterla in pratica e ripeterla nel tempo».
È un passaggio rilevante soprattutto per manager ed executive, per i quali uno dei principali ostacoli ai percorsi di sviluppo è proprio la difficoltà di conciliare nuove attività con agende già molto dense.
Dati e personalizzazione per adattare il percorso
Il modello prevede inoltre il monitoraggio di alcuni dati individuali.
Leadabeelity osserva, tra gli altri elementi, sonno, attività svolta e composizione corporea, utilizzandoli per aggiornare progressivamente il percorso alimentare e fisico.
Nel programma corporate è previsto anche un welcome kit con strumenti per svolgere le attività e dispositivi per il monitoraggio. Natella racconta inoltre che la piattaforma è integrata con Oura per rilevare dati legati all’attività, al riposo e alla capacità di recupero.
A questo si sta aggiungendo un coach virtuale, pensato per adattare ulteriormente il programma alle esigenze professionali della persona.
Il principio è considerare il manager quasi come un atleta che deve prepararsi a un momento importante.
«Se giovedì hai una presentazione decisiva e vuoi arrivarci energico e focalizzato, il programma può essere modificato nei giorni precedenti per accompagnarti verso quella performance, senza portarti ad arrivare esausto».
Lo stesso approccio punta a semplificare la gestione delle abitudini quando il lavoro comporta viaggi, pranzi con clienti o giornate molto variabili.
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Quando un’azienda dovrebbe iniziare a preoccuparsi
Ma quali segnali dovrebbero osservare imprenditori e HR?
Natella ne indica diversi: un clima aziendale che peggiora, una riduzione della proattività e manager che riescono sempre meno a dedicarsi alla crescita delle persone che lavorano con loro.
«Le persone più stanche sono meno proattive. Bisogna capire anche quanto i manager abbiano ancora la forza non solo di fare il proprio lavoro, ma di occuparsi dello sviluppo degli altri».
Il tema diventa ancora più rilevante nelle organizzazioni con un’età media elevata.
Per Natella queste aziende dovrebbero chiedersi se l’organizzazione stia progressivamente «chiudendosi su se stessa» e se sia necessario ridare energia alla macchina aziendale, anziché aspettare che le performance diminuiscano fino a rendere inevitabile una sostituzione.
Investire sulle persone per trattenere competenze
È qui che cambia anche il modo di leggere la formazione.
«L’azienda ha un asset principale, che può essere il prodotto, il servizio o l’infrastruttura, sul quale fa investimenti. Poi ci sono le persone, che spesso vengono considerate un costo. Ma la formazione sulle persone è altrettanto un investimento».
L’obiettivo, secondo Natella, dovrebbe essere duplice: permettere alle persone di lavorare meglio e generare maggiore valore, ma anche creare le condizioni perché possano rimanere più a lungo all’interno dell’organizzazione.
Leadabeelity lavora oggi principalmente sul mercato corporate. E, sottolinea Natella, non è necessariamente necessario coinvolgere immediatamente tutta l’organizzazione.
Intervenire sulle figure manageriali può infatti produrre effetti anche sui team.
Durante l’intervista cita il caso di un direttore acquisti che, dopo alcuni mesi di percorso, raccontava di sentirsi meglio e di ricevere feedback positivi dal proprio gruppo sulla maggiore stabilità e focalizzazione durante le riunioni. Secondo Natella, alcuni colleghi hanno iniziato successivamente ad adottare spontaneamente alcune delle sue nuove abitudini.
«Se lavori sulla fascia medio-alta dell’organizzazione, sono quelle persone che gli altri tendono a osservare ed emulare».
Manager più adattivi per aziende che cambiano
Il beneficio finale, nella visione di Natella, va quindi oltre il benessere individuale.
Un manager con maggiore energia, attenzione alle persone e capacità di adattamento può diventare anche una leva per rendere l’organizzazione più capace di reagire al cambiamento.
Ed è una capacità sempre più importante in mercati nei quali nuovi concorrenti, tecnologie e modelli di business possono modificare gli equilibri in tempi molto rapidi.
«Con manager che stanno bene, sono adattivi, freschi e focalizzati, è più semplice accompagnare l’imprenditore anche verso cambiamenti rapidi che altrimenti potrebbe non affrontare».
La sfida, quindi, non è soltanto far lavorare le persone di più. È creare le condizioni perché possano continuare a lavorare bene, evolvere e generare valore nel tempo.
Ed è proprio qui che, secondo Natella, benessere e performance smettono di essere due temi separati e diventano parte della stessa strategia aziendale.
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