In occasione dell’80° anniversario di Anie Confindustria è stato presentata l’analisi sul ruolo strategico di questi settori per la nuova competitività industriale europea
Lo scorso giugno, durante OLTRE, l’evento celebrativo svoltosi all’Auditorium della Tecnica, Roma, ANIE non si è limitata a spegnere le candeline dei suoi primi 80 anni, ma ha sfruttato l’occasione anche per lanciare una potente visione per il futuro. Ha presentato infatti lo studio di scenario Verso una nuova competitività industriale europea: Il ruolo strategico dell’Elettrotecnica e dell’Elettronica.
La sintesi del documento – realizzato in collaborazione con The European House Ambrosetti, TEHA Group, altro importante gruppo professionale attivo dal 1965, e con il Research Department di Intesa Sanpaolo – è chiara: le tecnologie elettrotecniche ed elettroniche sono fondamentali per la transizione verde e digitale. Valerio De Molli, CEO di The European House Ambrosetti, ha sintetizzato questo concetto con una metafora piuttosto incisiva, descrivendo queste tecnologie come la «spina dorsale del futuro produttivo europeo».
Serve però un cambio di rotta a livello di politiche industriali: l’Unione deve infatti passare da una logica prevalentemente regolatoria a una strategia industriale proattiva e coordinata. Ovvero, da una realtà di importazione e di una visione puramente difensiva del mercato unico a una politica industriale europea ambiziosa e pragmatica, che supporti le filiere strategiche interne e investa sull’innovazione. La scelta tra sostenibilità e competitività, in tal senso, è un falso dilemma. Infatti, il Competitiveness Compass, presentato all’inizio del 2025 dalla Commissione Europea, tiene insieme i due aspetti tramite misure concrete come incentivi per lo sviluppo dell’alta tecnologia, l’attivazione di politiche di reshoring e la diversificazione delle catene di fornitura.
Vulnerabilità delle filiera e dipendenza strategica dall’estero
Ad oggi vi è una pericolosa dipendenza dall’estero, non più sostenibile a causa di squilibri geopolitici. Dalla pandemia di COVID-19 alla Guerra in Ucraina, è emersa chiaramente la profonda vulnerabilità delle catene di approvvigionamento europee, con un ingente impatto sulla produttività delle industrie. L’aumento vertiginoso dei costi energetici, con un’impennata in Italia dell’85,1% tra il 2021 e il 2023, ha messo in ginocchio molte realtà manifatturiere. Inoltre, l’approvvigionamento delle materie prime è strozzato non solo dai costi energetici, ma anche dai costi logistici e dalle concentrazioni di mercato (come per i microchip e la componentistica elettronica di base a Taiwan) che rendono difficile la fornitura di materie e tecnologie.
Un altro fattore di disruption è rappresentato dal cosiddetto Liberation Day degli USA, voluto da Donald Trump, che ha avviato, com’è noto, una serie di riforme protezionistiche culminate nella aliquota tariffaria per il commercio internazionale del 29%, la più alta dal 1930. I dazi riguardano principalmente acciaio, chip, auto, semiconduttori, ma anche prodotti farmaceutici e agricoli. Beni che l’Europa produce in quantità esigue (meno del 7% del fabbisogno necessario) pur dipendendone totalmente.

Le risposte dell’UE: il Critical Raw Materials Act e il sostegno alle PMI
Per rispondere a questa fragilità, Bruxelles ha lanciato il Critical Raw Materials Act, fissando obiettivi ambiziosi per il 2030: aumentare l’estrazione di materie prime (10%), la raffinazione (40%) e il riciclo (15%) interni, limitando al contempo la dipendenza da un singolo fornitore estero (massimo 65%). Iniziative come il Piano Mattei con l’Africa vorrebbero andare proprio in questa direzione, con l’obiettivo parallelo di creare riserve strategiche a livello continentale per prevenire future crisi di approvvigionamento. Il percorso è lastricato di criticità: per esempio, l’iter per aprire una nuova miniera in Europa è lungo e complesso, e può durare fino a 17 anni; mentre il riciclo presenta percentuali ancora troppo basse per essere efficace, oltre che limitarsi a solo 26 delle 34 materie prime critiche.
In questo contesto, le PMI sono spesso l’anello più debole delle filiere, a causa del loro limitato potere contrattuale. Per loro serve un sostegno mirato, come la possibilità di sviluppare accordi quadro-settoriali per fissare i prezzi di beni critici ed energia. Tutto questo si affianca alla necessità di sostenere il principio di neutralità tecnologica, con l’obiettivo di decarbonizzare il settore.
Il ruolo delle clean technologies
I casi-studio a supporto del documento mostrano come l’86% della riduzione delle emissioni di gas serra dipenda direttamente dall’adozione di tecnologie avanzate (clean technologies in particolare), molte delle quali appartengono proprio alle filiere rappresentate da ANIE.

Le tecnologie elettrotecniche ed elettroniche sono il vero motore della transizione poiché costruiscono soluzioni a basse emissioni di carbonio – dai semiconduttori avanzati per la gestione delle reti smart grid agli inverter per gli impianti fotovoltaici – settori indispensabili per ridurre il fabbisogno energetico e cercare di rendere l’intera infrastruttura industriale europea più resiliente. La riduzione delle emissioni in particolare è un punto cardine per la transizione verde, necessaria per il raggiungimento degli obiettivi europei per il clima, ovvero un taglio del 55% di gas serra entro il 2030.

Lo stesso vale per la transizione digitale. Infatti, l’informatizzazione dei servizi e dei processi è intrinsecamente legata all’industria elettrotecnica per tecnologia dei sensori, connettività e sistemi di calcolo.
Il gap formativo italiano
Le difficoltà non mancano: il potenziale tecnologico è imbrigliato in equilibri globali fragili e geopoliticamente instabili, scenari demografici futuri distopici (soprattutto per quanto riguarda l’Italia), assenza di investimenti (le cifre relative al 2023 mostrano che l’Italia ha destinato solo l’1,3% del PIL alla Ricerca & Sviluppo, a fronte della media europea del 2,25% e di altri esempi virtuosi, come la Corea del Sud, con il 4%) e carenza di competenze specifiche. Quest’ultima componente è particolarmente grave.
Nonostante il virtuosismo presentato dagli Istituti Tecnici Superiori (ITS), grazie ai loro percorsi formativi progettati insieme alle aziende, meno della metà della popolazione italiana (49%) possiede competenze digitali di base, un dato nettamente inferiore alla media OCSE del 71%. Anche sul fronte delle discipline scientifiche, il Paese fatica a tenere il passo: i laureati in materie STEM sono appena 18,5 ogni 1.000 giovani, contro una media europea di quasi 20% e picchi come il 40% dell’Irlanda. A questo si aggiunge una scarsa propensione alla formazione continua, che coinvolge solo il 10% degli adulti.
Questa situazione ha importanti conseguenze sul settore elettronico ed elettrotecnico: ben tre imprese su quattro (75%) denunciano enormi difficoltà a trovare le figure adeguate. La carenza è drammatica soprattutto per tecnici specializzati (introvabili per il 70% delle aziende) e operai qualificati (58%). Complessivamente, nel 2023, quasi il 60% delle posizioni aperte nel settore è risultato di difficile copertura, un’impennata rispetto al 37% registrato solo nel 2017. Non ci sono abbastanza candidati per questi ruoli.
La carenza di personale non è soltanto la dimostrazione del gap formativo italiano nel settore, ma è anche un freno per la competitività e la resilienza del Paese. Improbabile pensare che arrivino candidati dall’estero: per i problemi elencati sopra e altri, l’attrattività nazionale di nuovi talenti è terribilmente scarsa.
Tecnologie abilitanti e strategiche
I risultati di ANIE, come la sua storia, sono parte integrante del percorso dell’industria e della manifattura italiana, soprattutto oggi. Secondo lo studio di scenario presentato a OLTRE, le tecnologie delle realtà aderenti ad ANIE abilitano in particolare quattro settori del mercato, quattro pilastri strategici per l’economia del paese, che sono alla base della moderna società industriale civile.
In primis l’energia, dagli esordi dell’elettrotecnica tradizionale fino agli ultimi trend dell’innovazione, come le reti intelligenti e le smart grid. L’industria è un altro settore parimenti rilevante, in quanto strettamente legato alla necessità di automazione di fabbrica, robotica e software industriali che sfociano nel concetto di industria 4.0, e oltre. C’è poi il settore building, ovvero tutte quelle tecnologie per l’edilizia sostenibile, compresa l’efficienza energetica degli edifici. Per finire, le tecnologie per la mobilità e le telecomunicazioni.
Grazie alla capillarità funzionale e la pervasività dei settori di cui si occupa, come riportato dallo studio, le imprese rappresentate da ANIE abilitano oltre il 56% del PIL italiano e alimentano filiere produttive per un valore superiore ai 1.100 miliardi di euro. Con effetti che vanno oltre il contributo diretto del settore di riferimento.

Fattori abilitanti e priorità strategiche per la crescita del settore
Ma per cogliere al meglio le opportunità offerte dalla doppia transizione serve una politica industriale efficace e coordinata, a livello nazionale e comunitario, in grado di accompagnare e supportare la crescita del settore. In tale direzione, a seguito di un articolato processo di consultazione con imprese, stakeholder e istituzioni, ANIE ha identificato tre pilastri strategici e tre principali fattori abilitanti. I prerequisiti trasversali che emergono come determinanti per il successo delle politiche settoriali sono la semplificazione normativa, il miglioramento dell’accesso al credito (soprattutto per le PMI) e lo stimolo alla domanda interna. Senza dimenticare la già citata formazione: rimane infatti prioritario intervenire in modo sistemico sulle competenze.

«Il capitale umano non è solo un fattore produttivo: è la vera infrastruttura strategica del nostro futuro industriale», ha dichiarato al riguardo Renato Martire, Vicepresidente di Anie Confindustria con delega a Innovazione e Education. «In un contesto di transizione accelerata, il mismatch tra domanda e offerta di competenze rischia di diventare un freno alla crescita. È fondamentale rafforzare l’orientamento tecnico, investire nella formazione continua e valorizzare gli ITS. Senza persone preparate, non ci sarà innovazione né sostenibilità».
«L’industria italiana – ha aggiunto – dispone del potenziale per guidare la trasformazione tecnologica e sostenibile. Tuttavia, senza una strategia nazionale per le competenze, questo potenziale rischia di restare inespresso. È necessario, pertanto, un patto formativo tra imprese, istituzioni e sistema educativo poiché solo così si potranno affrontare le sfide del futuro. Le competenze non sono un accessorio: sono l’asse portante della competitività industriale italiana».

Dalla fondazione all’avanguardia tecnologica
Il percorso di ANIE si intreccia con quello dell’economia italiana degli ultimi otto decenni. La sua fondazione è avvenuta il 29 agosto 1945 a Milano, le ceneri della Seconda Guerra Mondiale non si erano ancora dissipate. Nacque come Associazione Nazionale Industrie Elettrotecniche (ANIE, appunto) per guidare la rinascita economica ed industriale del paese fornendo le tecnologie essenziali, vecchie e nuove, per rinnovare il funzionamento delle infrastrutture. Il principio dell’organizzazione era, infatti, lo sviluppo nazionale, la competitività industriale, l’innovazione tecnologica. Accompagnò quindi il miracolo economico italiano, e ne fu parte integrante.
L’Evoluzione della federazione e la distinzione tra elettrotecnica ed elettronica
Quando l’Italia valicò dalla tradizione manifatturiera ad un sistema industriale avanzato, ANIE seguì questa trasformazione, evolvendosi in Federazione Nazionale all’interno di Confindustria, nel settore elettrotecnico ed elettronico. Questi due ambiti, seppur apparentemente simili, in realtà trattano le due componenti essenziali per l’evoluzione della tecnologia come la utilizziamo oggi. L’elettrotecnica tradizionale infatti si occupa dell’approvvigionamento e distribuzione dell’energia per il funzionamento di macchinari, soprattutto quelli ad alta potenza; l’elettronica invece viene applicata in quei contesti dove la potenza energetica è minore ma la complessità funzionale è elevata, come per i computer, processori, sensori e in tutti i device in cui avviene uno scambio di informazioni.
Negli anni ‘80 il mondo della tecnologia stava cambiando, l’ascesa dell’elettronica affiancata all’elettrotecnica nazionale rappresentava il nuovo motore di innovazione globale. In quel periodo ANIE si occupava non solo di consulenza, ma anche di svolgere analisi e ricerche approfondite sui problemi, soluzioni e possibili alternative riscontrabili nel settore. Oggi la Federazione rappresenta più di 1.500 aziende, sia le piccole e medie imprese che le multinazionali, con un corpo di lavoro di oltre 500.000 persone, uno dei pilastri più importanti dell’occupazione lavorativa italiana. Il suo scopo principale è quello di essere un interlocutore attivo e partecipato delle imprese associate, rappresentandole in una rete di relazioni istituzionali sia a livello nazionale e internazionale. Non solo difende gli interessi industriali italiani, ma ne definisce il futuro competitivo a livello europeo.



