Da qui al 2050 la grande maggioranza degli umanoidi sarà impiegata in contesti produttivi. Un mercato che potrebbe superare l’attuale industria automobilistica globale
La robotica sociale ha superato la fase sperimentale e sta entrando nelle industrie, nei corridoi degli ospedali, nelle aule scolastiche, negli hub logistici e nei servizi al pubblico. Come spesso accade nelle grandi transizioni tecnologiche, la vera questione non è se la soluzione funzioni, ma come e dove verrà integrata.
Ne è convinto Paolo Dario, Professore Emerito della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Direttore Scientifico del Centro di Competenza sulla robotica ARTES 4.0: i robot sociali, o robot companion rappresentano una nuova dimensione della nostra vita quotidiana. Fabbriche, hotel, campi, scuole, centri commerciali, aeroporti, ospedali: i social robot ne fanno e faranno sempre più parte integrante, affiancando gli uomini nel loro lavoro, senza sostituirli.
A confermarlo sono report come “Social Robots and Society: Global Pathways to Acceptance”, recentemente pubblicato dall’UAE Centre for the Fourth Industrial Revolution in collaborazione con la Dubai Future Foundation, presso la quale il professore Dario è “Chief Scientist”. Solo nel settore della salute sono state mappate quasi 280 esperienze di utilizzo in 33 Paesi con oltre 50 modelli diversi già impiegati in contesti reali.
Lo studio è il risultato di un percorso di ricerca internazionale sviluppato negli ultimi anni e a cui ha partecipato Dario.
«La social robotics è una delle espressioni più avanzate della convergenza tra tecnologia e bisogni umani. Oggi disponiamo di sistemi capaci di operare in contesti complessi, di comprendere le persone e di supportarle in ambiti delicati come la sanità, l’educazione e i servizi pubblici. La crescita delle applicazioni a livello globale dimostra che i social robot sono una realtà concreta che contribuisce al benessere, all’inclusione e alla qualità dei servizi, ma può essere anche una leva efficace per spingere la manifattura europea, che può diventare leader in questo campo. Abbiamo già tutto per farlo, dobbiamo solo voler cogliere questa sfida, che è culturale prima che economica».
Diffusione e accettazione dei robot companion
A differenza delle macchine industriali, confinate per decenni entro perimetri produttivi definiti, questi robot sono progettati per interagire. Sono dei veri e propri robot companion anche grazie all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Parlano, riconoscono volti, rispondono a stimoli contestuali, modulano comportamento ed espressione. Si collocano tra robotica, scienze cognitive e psicologia sociale fino a trasformare la macchina in un’interfaccia relazionale.
Secondo il report, il settore sanitario è oggi l’area a maggiore trazione. Durante la pandemia di COVID-19, più di 85 modelli di social robot sono stati utilizzati in ospedali e strutture assistenziali per la consegna di farmaci, il monitoraggio dei pazienti, la disinfezione degli ambienti e il supporto psicologico. In Paesi come il Giappone, dove l’invecchiamento demografico ha imposto un ripensamento strutturale dei modelli assistenziali, la robotica sociale è diventata una componente sistemica dell’ecosistema di cura. Anche l’educazione offre segnali promettenti con l’aumento del coinvolgimento degli studenti, benefici nei contesti inclusivi e il supporto all’apprendimento linguistico.
Un sondaggio condotto dai Dubai Future Labs su oltre mille residenti evidenzia una dinamica interessante: i robot antropomorfi sono percepiti più positivamente rispetto agli avatar digitali. Viene preferito un design umanoide ma riconoscibile come robotico; i contesti commerciali risultano più accettabili rispetto a ospedali e scuole dove emergono maggiori resistenze. Le funzioni più apprezzate sono informazione, orientamento e supporto multilingue. Meno gradite sono invece le attività che comportano la gestione del conflitto o una forte componente emotiva.
La penetrazione in Europa resta invece più incerta. Le ragioni sono note: vincoli regolatori stringenti e una sensibilità culturale diversa nei confronti dell’automazione di ambiti ad alta intensità relazionale.
«Qui i valori etici e la nostra storia, che fanno grande la cultura europea nel mondo, sono anche un deterrente all’innovazione spinta – precisa il professore Dario -. In Europa il tema non è rallentare l’innovazione, ma orientarla. I nostri valori, la nostra storia e l’attenzione alla dimensione etica sono una risorsa strategica. Se sapremo integrarli fin dalla progettazione dei social robot, potremo definire modelli di interazione uomo-macchina più responsabili, affidabili e sostenibili. È questa l’occasione per l’Europa: non inseguire altri modelli, ma proporre una visione propria in cui tecnologia, società e industria crescono insieme».
Un mercato da 5 trilioni di dollari annui nel 2050
Anche la banca d’investimenti Morgan Stanley vede negli umanoidi una mega-industria nascente che potrebbe impattare lavoro, produzione e finanza più di quanto oggi il mercato riconosca. Secondo l’istituto finanziario di Wall Street il grosso del valore si formerà prima nei contesti professionali, dove i task sono più strutturati e il ritorno economico più misurabile, e solo dopo nelle case. Le stime indicate nel report “Humanoids: 1bn Robots and $5tn Revenues by 2050, China is in Pole Position” riferiscono che entro il 2036 le adozioni cumulative saranno circa 23,7 milioni di unità; nel 2040 saliranno a circa 134,4 milioni; nel 2044 arriveranno a circa 428 milioni; e nel 2050 raggiungeranno quota 1,019 miliardi di umanoidi a livello globale. Sul piano dei ricavi annui, Morgan Stanley indica circa 211 miliardi di dollari nel 2035, 1,2 trilioni nel 2040 e 4,7 trilioni nel 2050.
La crescita prevista dell’adozione di robot umanoidi non sarebbe lineare. Morgan Stanley non immagina una diffusione di massa immediata: prevede piuttosto un avvio ancora contenuto negli anni venti e nei primi anni trenta, seguito da una forte accelerazione tra la seconda metà degli anni trenta e gli anni quaranta. Il report lega questa accelerazione a tre forze convergenti:
- La prima è il miglioramento della tecnologia, sia hardware sia software, con modelli di intelligenza artificiale più adatti a gestire compiti generali nel mondo fisico;
- La seconda è la discesa dei prezzi, favorita da economie di scala e maturazione delle catene di fornitura;
- La terza è l’aumento dell’accettazione sociale e politica, che oggi è ancora un freno ma che, secondo Morgan Stanley, tenderà a crescere col tempo.

Perché il mercato sarà trainato dagli usi industriali
Un altro nodo decisivo del report è la distinzione tra uso commerciale e uso domestico. Gli analisti di Morgan Stanley prevedono che nel 2050 la grande maggioranza degli umanoidi sarà impiegata in contesti professionali e produttivi. La stima è di circa 935 milioni di umanoidi commerciali contro circa 84 milioni di umanoidi domestici. In altre parole, intorno al 92% delle adozioni previste sarebbe legato al mondo del lavoro mentre l’8% riguarderebbe le famiglie. Nella visione di Morgan Stanley il business e l’adozione degli umanoidi andranno cercati nell’impiego in fabbriche, logistica, magazzini, servizi, infrastrutture e altri ambienti commerciali. Le case arriveranno dopo e con più cautela. La banca d’investimento propone anche una stima – ma lo fa con assunzioni conservative – sulla diffusione negli ambienti domestici: 84,2 milioni di umanoidi domestici nel 2050. Le ragioni sono tre: prezzo, accettazione sociale e maggiore complessità dell’intelligenza artificiale richiesta in casa.
Base industriale, domanda, capacità produttiva
Dal punto di vista geografico, la società di servizi finanziari si aspetta che la quota maggiore delle adozioni cumulative al 2050 si concentri nell’area East Asia & Pacific, con circa il 43% del totale globale. Seguono Europa e Asia Centrale con circa il 16%, Asia meridionale con circa il 12%, America Latina e Caraibi con circa il 10% e Nord America con circa il 9%.
Se si guarda ai singoli Paesi, la Cina da sola arriverebbe a circa 302 milioni di umanoidi adottati al 2050, mentre gli USA a circa 77,7 milioni. Anche la distribuzione per fasce di reddito è indicativa. Morgan Stanley stima che nel 2050 circa il 50% delle adozioni cumulative ricadrà nei Paesi a reddito medio-alto, il 29% in quelli ad alto reddito, il 20% in quelli a reddito medio-basso e appena l’1% in quelli a basso reddito. In pratica la rivoluzione degli umanoidi, almeno nella visione del report, si concentrerà laddove esistono insieme base industriale, domanda e capacità di produzione a costi competitivi.
Per gli analisti la Cina è oggi in pole position. Pechino partirebbe da una posizione forte nella corsa agli umanoidi grazie alla profondità della sua base manifatturiera, al controllo di ampie porzioni della componentistica, alla capacità di scalare la produzione e all’integrazione tra industria, politica industriale e catene di approvvigionamento.
Il lavoro umano come base per stimare il mercato
Per stimare il mercato professionale Morgan Stanley parte dal lavoro umano. Per USA e Cina attribuisce a ciascun tipo di occupazione un certo grado di adottabilità da parte di un umanoide. Da lì costruisce una stima terminale al 2050 e poi distribuisce la diffusione nel tempo con una curva di adozione lenta all’inizio e successivamente molto più rapida. La banca d’investimento ipotizza che, entro il 2050, il numero di umanoidi commerciali possa equivalere al 41,3% della forza lavoro 2023 negli USA e al 39% in Cina. Per i Paesi ad alto reddito, esclusi gli USA, la quota stimata è del 35%, per i Paesi a reddito medio-alto del 30%, per quelli a reddito medio-basso del 15% e per quelli a basso reddito del 5%.
Per dare la misura del salto, il report sostiene che il mercato degli umanoidi potrebbe diventare più grande dell’attuale industria automobilistica globale, almeno se si guarda alle sole vendite finali delle macchine. Se poi si aggiungessero filiere, manutenzione, riparazioni e servizi di supporto, la portata economica sarebbe ancora più ampia. Morgan Stanley presenta gli umanoidi come una tecnologia in grado di ridisegnare manifattura, produttività, supply chain e perfino equilibri geopolitici. In pratica chi controllerà la filiera degli umanoidi, ragiona, controllerà una parte consistente della prossima economia fisica automatizzata.
Costi, scalabilità e sostenibilità economica
Con il loro richiamo all’essere umano nella struttura e nelle proporzioni, i robot umanoidi esercitano da tempo un forte fascino sull’immaginazione e aprono alla visione di un futuro in cui troveranno spazio negli ambienti costruiti a misura d’uomo. Gli umanoidi possono trovare impiego in numerosi contesti: dall’assemblaggio di componenti sulle linee produttive al trasporto di merci nei magazzini, dal supporto agli infermieri negli ospedali al rifornimento degli scaffali nei negozi fino all’assistenza nella cura degli anziani e nelle attività domestiche. Il potenziale dei robot umanoidi è reale, ma la loro diffusione su scala commerciale dipende ancora dagli avanzamenti in termini di sicurezza, autonomia, capacità fisiche e contenimento dei costi. Se destrezza e sicurezza ne misurano l’efficacia, il costo ne decreta la sostenibilità.
La riduzione dei prezzi come fattore abilitante
Secondo le stime di Morgan Stanley, entro il 2050 nel mondo potrebbero essere operativi circa 1 miliardo di robot umanoidi con un mercato annuale capace di generare tra 4,7 e 5 trilioni di dollari di ricavi. Alla base del modello c’è anche l’ipotesi di una graduale riduzione dei prezzi medi di vendita.
Per i Paesi ad alto reddito, la banca d’investimento stima un costo iniziale di circa 200mila dollari legato a robot ancora in larga misura destinati alla ricerca. Il prezzo è poi previsto in discesa fino a circa 150 mila dollari entro il 2028 e a circa 50 mila dollari intorno al 2040. Oltre questa soglia temporale, la riduzione dei prezzi dovrebbe proseguire in misura moderata, attorno all’1% l’anno, perché i benefici della maturazione tecnologica sarebbero parzialmente assorbiti dall’inflazione e dalla riorganizzazione delle catene di fornitura.
Per i Paesi a reddito medio e basso Morgan Stanley assume invece prezzi di partenza più bassi, circa 50mila dollari iniziali, in discesa fino a circa 15mila dollari nel 2050, grazie a produzione di massa, localizzazione delle filiere e manifattura nei Paesi più efficienti dal punto di vista dei costi.




