Impegno comune per affrontare una delle sfide ambientali del nostro tempo
Due nuove borse di ricerca per approfondire la conoscenza di questi inquinanti e individuare nuove soluzioni, rafforzando il dialogo tra università e industria.
Pisa, 28 ottobre 2026. Come riconoscere, monitorare e gestire sostanze inquinanti che persistono a lungo nell’ambiente. È una delle sfide su cui si concentra la collaborazione tra il CONOU – Consorzio Nazionale degli Oli Minerali Usati e il Dipartimento di Ingegneria dell’Energia, dei Sistemi, del Territorio e delle Costruzioni (DESTEC) dell’Università di Pisa. L’iniziativa punta a sostenere la ricerca sui PFAS, contribuire alla sensibilizzazione di cittadini e istituzioni e sviluppare conoscenze utili ad affrontare un problema ambientale sempre più rilevante.
I PFAS sono un vasto gruppo di sostanze chimiche di sintesi utilizzate in numerosi prodotti di uso quotidiano. La loro elevata persistenza fa sì che possano rimanere a lungo nell’ambiente, rendendone fondamentale lo studio per comprenderne la rilevanza, nonché i rischi per la salute edindividuare le strategie efficaci di prevenzione e distruzione.
PFAS in Toscana: i dati sulla contaminazione
In Toscana, i dati mostrano quanto sia importante approfondire il fenomeno. Secondo l’Annuario 2025 di ARPAT, pubblicato lo scorso febbraio, residui misurabili di PFAS sono stati rilevati nel 95% delle stazioni monitorate nelle acque superficiali e nel 73% di quelle sotterranee. Nel 48% delle stazioni monitorate nelle acque superficiali sono stati inoltre registrati superamenti degli standard di qualità ambientale considerati dall’indicatore. Il 13 aprile 2026 la Regione Toscana ha avviato una specifica indagine per mappare le fonti di contaminazione negli scarichi, nelle emissioni e nelle matrici solide delle principali attività produttive. Nel frattempo, i PFAS vengonotuttora ampiamente utilizzati in numerosi prodotti, dagli imballaggi ai medicinali, alle schiume antincendio, dalle schede elettroniche ai cosmetici.
Due borse di ricerca per studiare i PFAS
Di fronte a una questione così complessa, la ricerca scientifica è uno strumento essenziale perché permette di raccogliere dati, migliorare le conoscenze e costruire risposte basate su evidenze. È da questa consapevolezza che nasce l’iniziativa di CONOU e UNIPI-DESTEC, che promuovono due borse di ricerca destinate a sostenere giovani studiosi, con l’obiettivo di approfondire le caratteristiche dei PFAS e le possibili modalità per gestirli nelle diverse filiere produttive.
Le due borse di ricerca avranno come tema “Sostanze perfluoroalchiliche (PFAS): sfida silenziosa all’economia circolare. Approcci di analisi e gestione nelle diverse filiere eccellenti (inclusa quella degli oli minerali usati)”.
PFAS ed economia circolare: la sfida per il recupero
Il contributo di CONOU si inserisce nella missione che il Consorzio porta avanti dal 1984: garantirela raccolta e il trattamento degli oli minerali usati, favorendone il recupero attraverso la rigenerazione.
Oggi il Consorzio assicura la raccolta della totalità degli oli usati raccoglibili sul territorio nazionale e avvia a rigenerazione oltre il 98% dell’olio raccolto.
«Da qualche anno abbiamo iniziato a interessarci a questo nemico invisibile – spiega Riccardo Piunti, presidente del CONOU – non soltanto perché ne ritroviamo tracce negli oli minerali, ma perché riteniamo che sia un fenomeno ancora poco conosciuto, da affrontare con maggiore determinazione. Come Consorzio di riciclo sentiamo fortemente questa responsabilità visto che i PFAS dai prodotti finiscono anche per contaminare i rifiuti che, rischiano di diventare non rigenerabili anche molti anni dopo che sono stati messi in circolo. Tra i nostri fini istituzionali rientrano infatti anche la promozione e il sostegno allo studio, alla sperimentazione e allo sviluppo di nuovi processi di trattamento e di impieghi alternativi, attraverso attività di ricerca e analisi finalizzate a ottimizzare e rendere sempre più efficiente l’intero ciclo di gestione degli oli usati. Il Consorzio, peraltro, con questo progetto, vuole restare in contatto con le giovani generazioni, i professionisti di domani che, in particolare, si troveranno a fronteggiare questa tematica».
Ricerca sui PFAS: il dialogo tra università e industria
«Recuperare un materiale non basta. Dobbiamo anche capire che cosa stiamo rimettendo in circolo.», sottolinea Pierluigi Zerbino, professore associato al DESTEC e responsabile scientifico dell’iniziativa. «È una delle questioni di cui ci occupiamo al DESTEC, dove l’economia circolare è da tempo un importante ambito di ricerca, anche grazie al contributo del nostro gruppo di Ingegneria Gestionale. Alcune sfide sono ben riconoscibili, come il recupero dei materiali e l’organizzazione delle filiere produttive. Altre emergono soltanto quando si analizzano più a fondo i processi produttivi e le filiere. È il caso dei PFAS, sostanze ancora poco conosciute dal grande pubblico, che possono rendere più difficile recuperare e riutilizzare i materiali in modo sicuro. La loro presenza interessa diversi settori, dalle costruzioni all’industria cartaria, fino alle apparecchiature elettriche ed elettroniche. Per affrontare questa sfida dobbiamo conoscere meglio queste sostanze e capire come gestirle lungo le filiere. La collaborazione con CONOU ci offre l’opportunità di approfondire il tema e coinvolgere i futuri professionisti nella ricerca di soluzioni, rafforzando il dialogo tra università e industria. Crediamo in una ricerca universitaria che sappia uscire dai laboratori e dagli uffici e supportare chi si trova ad affrontare sfide come questa».
Che cosa sono i PFAS?
I PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche) sono una vasta famiglia di composti chimici prodotti artificialmente, caratterizzati dalla presenza di legami tra carbonio e fluoro particolarmente resistenti. Questa caratteristica conferisce a molte di queste sostanze proprietà utili, come la resistenza all’acqua, ai grassi e alle alte temperature.
La loro storia: dagli anni Quaranta a oggi
Lo sviluppo e l’impiego dei PFAS risalgono agli anni Quaranta del Novecento, quando l’industria chimica cominciò a sfruttarne le particolari proprietà. Nei decenni successivi il loro utilizzo si è progressivamente esteso a numerosi settori: rivestimenti antiaderenti, tessuti impermeabili, imballaggi alimentari, cosmetici, componenti elettronici e schiume antincendio.
Per molto tempo sono stati considerati materiali estremamente vantaggiosi per l’industria. Solo successivamente è cresciuta la consapevolezza dei rischi legati alla loro persistenza nell’ambiente e alla possibile esposizione umana.
Perché vengono chiamati “inquinanti eterni”?
I PFAS sono conosciuti anche come forever chemicals, perché molti di essi si degradano molto lentamente nell’ambiente. Possono diffondersi attraverso l’acqua e il suolo, raggiungere gli organismi viventi e, nel caso di alcune sostanze, accumularsi nel corpo umano.
La loro presenza è stata rilevata in numerose aree del mondo, anche a grande distanza dai luoghi in cui sono stati prodotti o utilizzati.
Quali sono i rischi per la salute?
Gli studi scientifici hanno associato l’esposizione ad alcuni PFAS a diversi possibili effetti sulla salute, tra cui alterazioni del colesterolo, riduzione della risposta immunitaria, problemi riproduttivi e aumento del rischio di alcune forme tumorali.
I rischi variano in funzione della specifica sostanza, della quantità assorbita e della durata dell’esposizione. Non tutti i PFAS hanno infatti le stesse caratteristiche tossicologiche.
Dalla diffusione al monitoraggio
Negli ultimi anni, la crescente attenzione scientifica e istituzionale ha portato all’introduzione di limiti e restrizioni sempre più rigorosi per alcune di queste sostanze.
La sfida oggi non riguarda soltanto la riduzione del loro utilizzo, ma anche la capacità di individuarli nelle acque, nei terreni e nei materiali destinati al recupero e al riciclo.
PFAS ed economia circolare: una nuova sfida
La presenza di PFAS anche in alcuni rifiuti industriali rappresenta un problema per le filiere dell’economia circolare. Prima di trasformare un rifiuto in una nuova materia prima è fondamentale conoscerne la composizione e verificare l’eventuale presenza di contaminanti.
Per questo la ricerca scientifica, lo sviluppo di metodi analitici e il monitoraggio assumono un ruolo sempre più importante.
Fonti
EPA – Environmental Protection Agency
EEA – Agenzia europea dell’ambiente
Commissione europea – Direzione generale Ambiente
ARPAT – Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana



