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PFAS e water management: la nuova sfida per l’industria

Nuovi limiti, monitoraggio e trattamento cambiano la gestione del rischio idrico nelle imprese italiane.

Qualche mese fa, in uno dei dodici scali aeroportuali italiani classificati di rilevanza strategica nazionale, un’analisi di routine ha rilevato nei pozzi concentrazioni di PFAS comprese tra 0,4 e 0,65 µg/l: diverse volte oltre i nuovi limiti di legge. 

Il problema è stato risolto in pochi giorni, con una filiera di trattamento progettata su misura. Ma la vera domanda non è “cosa è successo in quell’aeroporto”. È: “quanto è rappresentativo, quel caso, di una sfida molto più ampia?”

La risposta è: “molto più di quanto si possa pensare”. Quel caso non rappresenta un’eccezione, ma una situazione che può riguardare molte realtà chiamate oggi a misurarsi con il tema PFAS.

PFAS: un problema strutturale, non un incidente isolato

I PFAS — sostanze per- e polifluoroalchiliche, note come “inquinanti eterni” per la loro persistenza quasi indefinita nell’ambiente — sono stati impiegati per decenni in un numero sorprendente di processi: tessile, galvanica, elettronica, chimica, imballaggi alimentari. A questi si aggiunge un uso specifico e meno noto: le schiume antincendio a base di PFAS, storicamente utilizzate in aeroporti, depositi di carburante e alcuni siti industriali.

In Italia, il caso Miteni di Trissino ha reso evidente, in modo drammatico, quanto la contaminazione da PFAS possa avere impatti estesi e persistenti su territori e falde. Al di là delle responsabilità specifiche di quel caso, il punto per le imprese oggi è un altro: i PFAS non possono più essere considerati un tema remoto o circoscritto. Sono un fattore da conoscere, misurare e monitorare lungo tutto il ciclo dell’acqua.

C’è una ragione precisa dietro l’emergere di così tanti casi proprio adesso. Per anni, in Italia, non è esistito un quadro normativo uniforme che imponesse il monitoraggio sistematico dei PFAS nelle acque. Quel vuoto si sta chiudendo — e chiudendolo, sta portando alla luce situazioni che c’erano già, semplicemente non venivano misurate.

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Cosa cambia, concretamente, per chi gestisce acqua

In Italia, il D.Lgs. 18/2023 ha introdotto per la prima volta un limite nazionale uniforme per i PFAS nell’acqua potabile. Il quadro è già stato aggiornato dal D.Lgs. 102/2025, in vigore da luglio 2025, che ha rafforzato ulteriormente la disciplina. In sintesi, i riferimenti da tenere a mente sono:

  • 0,10 µg/l per la somma dei PFAS, dal gennaio 2026;
  • 0,02 µg/l per la somma dei quattro PFAS prioritari (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS), dal luglio 2026;
  • monitoraggio dell’acido trifluoroacetico (TFA) come parametro autonomo, dal gennaio 2027.

Per un gestore di impianto, il punto è molto concreto: essere conformi a un parametro generale non significa automaticamente esserlo a tutti i parametri oggi applicabili. È per questo che il tema PFAS non può essere gestito come un controllo una tantum, ma richiede una lettura più puntuale dei dati analitici.

Il livello europeo si muove nella stessa direzione, con un orizzonte più ampio. La Strategia europea per la resilienza idrica spinge verso una gestione più efficiente e data-informed dell’acqua, mentre nell’ambito del regolamento REACH è in discussione una possibile restrizione universale dei PFAS, che riguarderebbe l’intero ciclo di vita delle sostanze e non solo l’acqua potabile. Per le imprese, il messaggio implicito è chiaro: i PFAS non sono più un tema che si esaurisce con una verifica una tantum. Sono un fronte che si muoverà su più livelli nei prossimi mesi.

Il vero punto: conoscere la propria esposizione prima degli altri

Ecco il cuore della questione. La tecnologia per abbattere i PFAS esiste ed è matura. Quello che manca, in molte realtà industriali italiane, è la conoscenza della propria esposizione: sapere se, dove e in quali concentrazioni i PFAS siano presenti nei propri pozzi, nelle acque di processo, negli scarichi.

Il passaggio decisivo non è più soltanto rimuovere i PFAS quando emergono. È spostarsi da una gestione reattiva — intervenire quando il problema è già visibile, o peggio, quando lo scopre un ente di controllo — a un approccio strutturato, in cui il monitoraggio e la valutazione del rischio idrico diventano parte della gestione ordinaria.

In altre parole: i PFAS stanno passando da emergenza puntuale a variabile strutturale del water management industriale. E come ogni variabile strutturale, chi la governa per tempo ha un vantaggio competitivo, non solo un obbligo da rispettare.

Chi dovrebbe muoversi per primo

Non tutti i settori partono dallo stesso punto. Alcuni, però, hanno più ragioni di altri per anticipare i tempi:

  • Settori storicamente esposti — galvanica, chimico, elettronico, tessile — dove il rilascio di PFAS nel ciclo produttivo è un rischio concreto.
  • Siti con uso storico di schiume antincendio — aeroporti, depositi di carburante, alcune installazioni industriali.
  • Chi si approvvigiona da falde in aree con pregressa attività industriale, anche non propria: la contaminazione da PFAS non conosce i confini di un lotto.
  • Chi opera in filiere complesse — automotive, farmaceutico, food in particolare — dove arriveranno richieste di dati certificati sull’assenza o il contenimento di PFAS, a prescindere da un obbligo normativo diretto.

Per tutti questi soggetti, la domanda non è più se occuparsi di PFAS, ma quando iniziare a farlo con dati propri.

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Un caso concreto: cosa insegna l’intervento aeroportuale

Torniamo al punto di partenza. L’intervento nello scalo aeroportuale dimostra che il problema è affrontabile, con tempi ragionevoli e risultati misurabili.

La filiera progettata si è articolata in più fasi, replicabile e scalabile su impianti di diverse dimensioni:

  • Pre-filtrazione per rimuovere i solidi sospesi superiori a 25 micron, proteggendo gli stadi successivi;
  • Pre-clorazione blanda per abbattere contaminazioni organiche eccessive in arrivo dal pozzo (che, se non pre-trattate, influirebbero negativamente sulla longevità dei carboni);
  • Adsorbimento su carboni attivi selezionati in base alle specie di PFAS da trattenere, con tempi di contatto tra 15 e 20 minuti — il cuore, e la componente più critica, del sistema.

Il risultato: concentrazioni portate sotto 0,03 µg/l in appena cinque giorni dall’avvio, ben al di sotto del limite allora vigente, con controlli analitici post-intervento a confermare margini di sicurezza significativi.

C’è un aspetto tecnico che vale la pena chiarire. Rimuovere i PFAS dall’acqua non significa eliminarli dall’ambiente: carboni e resine li separano dal fluido trattato e li concentrano nel materiale filtrante, che viene poi gestito attraverso filiere di smaltimento autorizzate. La progettazione, quindi, non riguarda solo la rimozione, ma anche la corretta gestione del materiale esausto nel tempo.

Come sottolinea Luca Casati, Business Manager di ORANGE: “Questo progetto dimostra che la contaminazione da PFAS non è più una sfida senza risposta. La vera difficoltà non sta nel rimuovere questi composti, ma nel progettare una filiera che garantisca risultati stabili e misurabili nel tempo, tenendo conto anche della corretta gestione del materiale esaurito. 

La domanda non è più ‘se’ si può risolvere il problema, ma come costruire la soluzione giusta per ogni contesto specifico, bilanciando efficacia, tempi di intervento e sostenibilità del processo nel lungo periodo.”

PFAS come test di maturità del water management

I nuovi limiti sull’acqua, introdotti solo nel 2023 e già aggiornati nel 2025, raccontano quanto tardi il sistema si sia attrezzato per intercettare per tempo situazioni di questo tipo. Ma la direzione, oggi, è più chiara di quanto non fosse anche solo tre anni fa.

Per le imprese, questo significa un cambio di prospettiva. Il tema PFAS non riguarda solo la bonifica di casi estremi: riguarda la maturità con cui ogni azienda gestisce oggi il proprio rischio idrico. Sapere dove cercare, come monitorare e come integrare la risposta tecnica in una gestione consapevole dell’acqua è ciò che distingue chi subisce la normativa da chi la anticipa.

Le tecnologie esistono, sono mature e i risultati sono affidabili. Il passo che conta, adesso, è iniziare a guardare la propria acqua con dati propri — prima che a farlo sia un’ispezione.

Se state valutando come mappare la vostra esposizione ai PFAS o come rendere più strutturata la gestione del vostro impianto, il team ORANGE è a disposizione per un confronto.

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