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L’andamento (vivace) dei brevetti italiani 
L’andamento (vivace) dei brevetti italiani

Quasi 40.000 domande di patenti europee in meno di 10 anni. L’innovazione nel nostro Paese genera valore reale, con alcune zone d’ombra. Ne parliamo con Antonio Romeo di Unioncamere

Se parliamo di innovazione non possiamo non pensare subito al mondo dei brevetti. Invenzioni che nascono dalle imprese e dai centri di ricerca, che danno concretezza all’avanzamento della tecnologia, dei processi, dei prodotti. Ad aiutarci a intercettare la spinta all’innovazione e al cambiamento, a partire proprio dalle patenti presentate in Europa dal nostro Paese è Antonio Romeo, Dirigente dell’Area innovazione e digitale del Registro Imprese di Unioncamere.

Qual è il quadro generale sui brevetti italiani presentati in Europa?

I dati rilevati tra il 2016 e il 2024 restituiscono l’immagine di un’Italia dinamica e resiliente, capace di consolidare un ruolo di primo piano nell’innovazione europea. Nell’arco di nove anni, il Paese ha presentato quasi 40.000 domande di brevetto europeo, con una progressione che ha portato le richieste annue dalle 3.920 del 2016 al picco di 4.779 registrato nel 2023. Sebbene il 2024 mostri una leggera flessione, il bilancio complessivo segna un balzo superiore al 20% rispetto all’inizio del periodo, a conferma della capacità strutturale del nostro sistema dell’innovazione di generare valore reale. Oltre l’86% delle domande totali proviene dal mondo delle imprese, segno che il brevetto è diventato uno strumento sempre più utilizzato dal sistema produttivo. Tuttavia, il dato più significativo riguarda il cambio di passo degli enti di ricerca: nel periodo osservato, il loro contributo è raddoppiato, passando da 135 a 269 domande. È la prova tangibile che il sapere scientifico italiano sta uscendo dai laboratori per trasformarsi in tecnologia applicata, un processo in cui il PNRR ha giocato un ruolo determinante, agendo come moltiplicatore di energie e sostenendo strategicamente i progetti di ricerca e innovazione. Sotto il profilo geografico, se il Nord si conferma la principale direttrice per volume di brevetti registrati e il Centro mantiene una dinamicità costante, è il Mezzogiorno a far segnare i progressi più significativi. Sud e Isole mostrano ritmi di crescita allineati alle aree storicamente più industrializzate, grazie a un incremento rilevante nel 2022: in quell’anno, le domande di brevetto pubblicate sono quasi raddoppiate (+94%) rispetto ai valori di inizio periodo. Questo sviluppo è sostenuto da regioni come Campania, Abruzzo e Puglia, che dimostrano ormai una capacità competitiva stabile nei settori dell’alta tecnologia a livello europeo.

In base ai vostri dati, il 2024 è stato un anno di rallentamento nella capacità innovativa del paese. Per quali motivi?

Nel 2024 registriamo 4.612 domande, circa il 4% in meno rispetto al 2023. Non è un dato allarmante in termini assoluti, ma è innegabile che interrompa un ciclo di crescita quasi decennale, imponendoci una riflessione profonda sulle cause. La nostra lettura suggerisce una convergenza di fattori. In primo luogo, il contesto macroeconomico degli ultimi due anni ha compresso i margini delle imprese: poiché l’iter per arrivare alla brevettazione comporta costi non trascurabili, la ricerca è spesso uno dei primi investimenti che le aziende decidono di posticipare nei momenti di forte pressione finanziaria. C’è poi una questione strutturale legata alla natura del nostro tessuto produttivo, composto in larghissima parte da piccole e medie imprese. Queste realtà innovano costantemente, ma non sempre dispongono delle risorse economiche o delle competenze, legali, tecnologiche (e non solo), necessarie per formalizzare le proprie innovazioni attraverso gli strumenti di tutela della proprietà intellettuale.

Quali misure potrebbero essere prese?

Si evidenzia l’urgenza di rafforzare il sistema di supporto all’innovazione. La sfida per il futuro è chiara: dobbiamo valorizzare gli asset strategici del Paese, sostenendo il dinamismo delle PMI e proteggendo l’eccellenza dei nostri ricercatori.

Quali sono i settori trainanti sul fronte brevetti in questo momento?

L’analisi settoriale conferma innanzitutto la profonda vocazione manifatturiera del nostro Paese. Il comparto della fabbricazione di macchinari si conferma il perno del sistema e copre da solo quasi il 30% delle domande di brevetto. Questo primato si riflette direttamente nell’ambito delle tecnologie meccaniche e dei trasporti, che rappresentano il principale dominio tecnologico con quasi il 40% del totale. È un dato coerente con la competitività internazionale della nostra meccanica strumentale, dell’automazione industriale e della componentistica, settori dove il Made in Italy continua a dettare gli standard. Un secondo pilastro tecnologico del Paese è l’area chimico-farmaceutica. Nel 2024, le domande in questo campo hanno raggiunto circa il 26% del totale e mantenuto una crescita costante lungo tutto il periodo osservato. Complessivamente, meccanica e chimica rappresentano oggi oltre la metà del patrimonio brevettuale italiano. Ma il dato più interessante riguarda la dinamica del cambiamento. Se la fotografia attuale ci mostra un Paese ancorato ai suoi settori storici, la tendenza indica uno spostamento progressivo verso le nuove frontiere: il settore tecnologico elettrico ed elettronico è quello che ha registrato la crescita più significativa, passando dall’11% del 2016 al 14% del 2024. È il segnale di una capacità di brevettazione che sta evolvendo, in grado di intercettare con sempre maggiore efficacia le sfide della digitalizzazione e della transizione energetica.

Quali invece i settori che restano più indietro e per quale motivo?

Se guardiamo alcuni settori simbolo del Made in Italy, come il tessile e la carta, i numeri sembrano raccontare una storia diversa. Nel 2024, le tecnologie legate al tessile e alla carta hanno rappresentato solo il 2% circa del totale delle domande di brevetto. Non siamo di fronte a una perdita di leadership, quanto piuttosto a una differente strategia di competitività. In questi ambiti, l’Italia vanta una tradizione produttiva consolidata, ma il valore aggiunto si costruisce su pilastri che non sempre passano per la brevettazione tecnica in senso stretto: parliamo di design, qualità dei materiali e identità di marca. Non dobbiamo necessariamente leggere questo dato come un limite del sistema. Si tratta di settori caratterizzati da tipologie di prodotto estremamente mature, dove molto è già stato sperimentato e consolidato. In questo contesto, l’eccellenza italiana preferisce puntare su asset immateriali e su un’innovazione estetica e qualitativa che sfugge alle metriche dei brevetti europei, ma che continua a garantire al Paese un vantaggio competitivo unico sui mercati internazionali.

Quale Impatto l’AI sta avendo sulla nascita di nuovi brevetti? E quali sono gli ambiti in cui si registra più vivacità?

L’integrazione di algoritmi avanzati nelle imprese e negli enti di ricerca supporta ormai stabilmente i processi di brevettazione, consolidando l’intelligenza artificiale come un alleato strategico nell’analisi e nello sviluppo dell’innovazione. Inoltre, l’analisi dei dati evidenzia un’evoluzione significativa della ricerca sull’intelligenza artificiale in ambito brevettuale. Se nel 2016 le domande rappresentavano solo lo 0,4% del totale, nel 2024 hanno sfiorato il 2%, registrando una crescita superiore al 320%. Tale incremento conferma come l’IA sia diventata un asse tecnologico trasversale, capace di alimentare l’innovazione in modo strutturato. Il panorama attuale è dominato da due ambiti principali – Computer Vision e Robotica – che riflettono la naturale evoluzione della tradizione manifatturiera italiana verso l’automazione industriale. Anche la Predictive Analytics segnala una crescente applicazione dell’IA all’analisi dei dati e ai processi decisionali in settori eterogenei.

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I brevetti green, come sta andando per l’Italia?

L’analisi del posizionamento italiano nel settore dei brevetti green delinea un quadro in chiaroscuro, caratterizzato da una crescita dinamica ma da una specializzazione ancora parziale rispetto ai principali competitor europei. L’Italia consolida la terza posizione assoluta in Europa per volume di brevetti green, alle spalle di Germania e Francia, e contribuisce per oltre il 7% al totale dell’Unione. Tuttavia, se si osserva l’incidenza delle tecnologie verdi sull’intera produzione brevettuale nazionale, il nostro Paese si attesta su una quota del 9,9%: un valore inferiore non solo alla media UE, ma anche ai livelli di Francia e Germania, restando ancora distante da nazioni come la Danimarca, dove la vocazione ambientale è decisamente più marcata. Nonostante questo divario, la traiettoria dinamica dell’ultimo decennio appare promettente: tra il 2012 e il 2022 l’Italia ha registrato un incremento dei brevetti green del 44,4%, una velocità di recupero superiore a quella tedesca e in linea con quella francese, segnale di un rafforzamento progressivo della nostra capacità innovativa verso la transizione ecologica.

In questo campo, quali settori sono da evidenziare?

Esaminando i singoli comparti, la gestione dei rifiuti emerge come l’ambito più virtuoso e costante; rappresenta il settore in cui l’Italia esprime la maggiore continuità innovativa a lungo termine. Al contrario, il comparto delle energie alternative manifesta un andamento più volatile, con fluttuazioni che suggeriscono un interesse condizionato dai cicli di incentivazione pubblica piuttosto che da una strategia industriale strutturata. Il settore dei trasporti mostra invece una crescita solida nel medio periodo, coerente con la storica specializzazione italiana nella meccanica applicata alla mobilità. Particolare attenzione va posta al comparto agricolo, dove le domande di brevetto restano quasi irrilevanti nonostante l’importanza economica del comparto nel nostro Paese. Questa marcata sottorappresentazione evidenzia una cronica difficoltà del settore nel tradurre l’innovazione in strumenti formali di tutela. Complessivamente, sebbene l’Italia abbia costruito una presenza reale in segmenti specifici, la sfida resta quella di rendere l’innovazione green più stabile, omogenea e diffusa lungo l’intera filiera produttiva nazionale.

Che cosa serve per sostenere la capacità innovativa delle imprese?

I dati analizzati delineano il profilo di un Paese dotato di una spiccata capacità inventiva, che tuttavia incontra ancora notevoli difficoltà nel tradurre sistematicamente l’innovazione in tutela formale e, di conseguenza, in un vantaggio competitivo duraturo. Questa criticità è riconducibile, in primo luogo, a un limite dimensionale: le piccole e medie imprese, pur realizzando innovazioni sofisticate, spesso non dispongono delle risorse economiche o delle competenze interne necessarie per affrontare l’iter di brevettazione. Tale carenza le espone a seri rischi competitivi, lasciando i loro risultati vulnerabili sul mercato. Nonostante il supporto finanziario introdotto negli ultimi anni attraverso bandi e sistemi di incentivazione dedicati, il deficit di competenze strategiche rimane l’ostacolo principale da superare per trasformare il potenziale creativo del tessuto produttivo italiano in asset patrimoniali solidi. Un ulteriore ostacolo risiede nel rapporto tra imprese e ricerca. Sebbene le domande di brevetto pubblicate dagli enti di ricerca siano raddoppiate, i volumi restano ancora modesti rispetto all’eccellenza della produzione scientifica italiana. Il problema non è la qualità della ricerca, ma la distanza strutturale tra università e comparto produttivo. Esperienze di successo dimostrano che la collaborazione diretta tra PMI e laboratori universitari agisce come un moltiplicatore di crescita, permettendo alle imprese di acquisire asset tecnologici altrimenti inaccessibili. Sul fronte della geografia dell’innovazione, il divario tra Nord e Sud non può essere colmato solo da incentivi finanziari, ma richiede la costruzione di veri ecosistemi locali. I dati sul Mezzogiorno suggeriscono che la scarsa brevettazione non derivi da una carenza di potenziale, quanto dalla fragilità delle reti tra istituzioni e privati. Infine, persiste una questione culturale: la sottorappresentazione di settori chiave, come l’agricoltura, indica che molte imprese non percepiscono ancora la proprietà intellettuale come una leva strategica. Superare questa resistenza è fondamentale per trasformare i segnali positivi degli ultimi anni in una crescita strutturale e duratura.

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