Intervista a Mauro Mazzei, primo tecnologo CNR, sul ruolo della ricerca tra sfide globali e collaborazione con le imprese.

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) è il principale ente pubblico di ricerca in Italia e uno dei più importanti a livello europeo. All’interno della sua rete, l’Istituto di Analisi dei Sistemi e Informatica ‘Antonio Ruberti’ (IASI-CNR) integra competenze di ingegneria, informatica e scienze applicate, sviluppando progetti che spaziano dalla sicurezza delle infrastrutture alla telemedicina.
Abbiamo parlato dell’argomento con l’Ing. Mauro Mazzei, primo tecnologo dell’Istituto di Analisi dei Sistemi e Informatica ‘Antonio Ruberti’ del CNR, per capire lo stato dell’arte della ricerca in Italia, le sfide da affrontare e le prospettive di collaborazione con il mondo industriale.
Ing. Mazzei, partiamo dalle basi: che ruolo ha lo IASI-CNR nel panorama della ricerca italiana?
Lo IASI é parte del CNR, il più grande ente di ricerca pubblico italiano, multidisciplinare e organizzato in dipartimenti tematici. Il nostro lavoro si concentra sulle discipline STEM – Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica – con un approccio fortemente interdisciplinare. Facciamo ricerca di base, che è indispensabile, ma ci occupiamo anche di trasformarla in sviluppo e innovazione, collaborando con imprese e istituzioni.
A livello globale, qual è lo stato dell’arte della ricerca e come si colloca l’Italia?
Il contesto internazionale è molto competitivo. Oggi l’Asia – in particolare Cina, India e Corea del Sud – copre oltre metà dei brevetti depositati nel mondo. Gli Stati Uniti si attestano tra il 20 e il 25%, e solo dopo arriva l’Europa, con un contributo più modesto.
Se ci confrontiamo con paesi simili al nostro per dimensioni, come la Corea del Sud, il divario è evidente: loro investono quasi il 5% del PIL in ricerca e sviluppo, mentre l’Italia resta molto indietro. La conseguenza è che perdiamo terreno in termini di competitività, nonostante il grande patrimonio di conoscenze di cui disponiamo.
Quali sono i principali limiti che frenano la crescita della ricerca in Italia?
Il primo problema riguarda i finanziamenti, sia pubblici sia privati. Le aziende italiane dovrebbero investire di più in R&S, non solo per sviluppare prodotti innovativi, ma anche per accrescere il capitale umano.
Il secondo grande ostacolo è la burocrazia. I ricercatori sanno muoversi velocemente tra stato dell’arte e nuove idee, ma la macchina amministrativa e le procedure di certificazione sono estremamente lente. Questo rallenta la traduzione delle innovazioni in applicazioni concrete.
Entriamo nei progetti concreti. Può raccontarci un esempio di innovazione sviluppata dallo IASI?
Abbiamo recentemente depositato un brevetto per un accelerometro capacitivo ad alta sensibilità (“SENSOR”), pensato per il monitoraggio di grandi infrastrutture come dighe, viadotti e ponti.
Siamo partiti dall’analisi degli strumenti già disponibili sul mercato e ci siamo accorti che non garantivano l’accuratezza necessaria, da qui l’idea di sviluppare un dispositivo più sensibile e affidabile.
Il valore aggiunto, però, non è solo nel sensore: ci occupiamo anche della parte di modellistica computazionale. I dati raccolti vengono analizzati con algoritmi di machine learning, capaci di estrarre informazioni latenti e non immediatamente visibili. È un approccio che unisce hardware e software in un’unica soluzione.
Lo IASI lavora molto anche nel settore sanitario. Quali sono le iniziative più rilevanti?

Un progetto di cui siamo particolarmente orgogliosi è “REMOTE”, dedicato al monitoraggio dello scompenso cardiaco. Si tratta di una piattaforma di telemedicina che integra dispositivi di controllo e algoritmi di analisi in tempo reale. L’obiettivo è quello di fornire ai medici informazioni immediate e affidabili, migliorando le capacità di intervento nei contesti critici, dal pronto soccorso all’assistenza domiciliare. È un contributo concreto alla riduzione delle liste d’attesa e al miglioramento dell’assistenza sanitaria.
Ma non è solo sanità: sviluppiamo anche piattaforme digitali per mettere in contatto domanda e offerta di servizi sociali, creando sistemi più efficienti e inclusivi.
Qual è allora il collo di bottiglia che impedisce a queste soluzioni di arrivare rapidamente sul mercato?
Come dicevo, la burocrazia è il principale ostacolo. Le certificazioni sono complesse e lente e spesso le normative cambiano o risultano contraddittorie. Questo crea un freno all’innovazione.
Certo, i controlli sono indispensabili, soprattutto in settori delicati come la sanità o l’intelligenza artificiale, ma i tempi vanno ridotti altrimenti rischiamo di perdere competitività rispetto a Paesi dove i processi decisionali sono molto più rapidi.
Parliamo di capitale umano: quali sono le criticità per i ricercatori italiani?
Il ricambio generazionale è un tema cruciale. I giovani ricercatori sono il terreno fertile da cui nascono nuove idee, ma spesso non trovano condizioni adeguate. Rispetto al Nord Europa, in Italia, abbiamo un gap importante sul piano delle retribuzioni e della valorizzazione del personale, così rischiamo di non attrarre e trattenere talenti, con il risultato di impoverire il nostro sistema di ricerca.
In questo scenario, quale ruolo possono giocare le imprese italiane?
Le imprese sono partner fondamentali. In un Paese come l’Italia, dove il tessuto produttivo è fatto soprattutto di piccole e medie imprese, non sempre ci sono risorse interne per un reparto di R&S strutturato ed è per questo motivo che credo molto nella creazione di laboratori condivisi tra pubblico e privato. Questa condivisione permette di ottimizzare i costi, evitare duplicazioni e favorire il contatto diretto tra ricercatori e imprenditori. Ed è proprio dall’interazione che nasce l’innovazione.
In conclusione, qual è il messaggio che vuole lanciare al mondo industriale?
Serve più collaborazione. La ricerca non deve rimanere confinata nei laboratori, ma deve diventare patrimonio comune, a beneficio dell’intero sistema Paese.
Se riusciamo a semplificare i processi, investire di più e valorizzare il capitale umano, l’Italia ha tutte le carte in regola per recuperare terreno. Lo IASI-CNR vuole essere un ponte tra scienza e industria, offrendo competenze, progetti maturi e soluzioni innovative che possano migliorare la vita delle persone e rafforzare la competitività delle imprese.

