Logo
U
Bruxelles vara l’Innovation Act
European Union Intellectual Property Office (EUIPO),Alicante,29 August 2026

Meno burocrazia su brevetti e appalti pubblici per sostenere le startup europee, ma il Regulatory Scrutiny Board e le università sollevano dubbi

Dopo mesi di attesa, la Commissione europea ha presentato a inizio settembre lo European Innovation Act, la nuova legge europea sull’innovazione che punta a scardinare alcuni dei vincoli che frenano lo sviluppo delle imprese innovative europee. Il provvedimento agisce principalmente su due fronti: gli appalti innovativi, ancora sottosviluppati in Europa rispetto ad altre economie, dove gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono tra le 5 e le 8 volte superiori rispetto all’Unione, e la valorizzazione della proprietà intellettuale, per aumentare l’accesso ai finanziamenti da parte delle imprese innovative. Insieme all’Innovation Act, la Commissione ha rilasciato anche una proposta di raccomandazione del Consiglio sulle sandbox normative.

I fronti d’azione

Il quadro proposto prevede un sistema unico per la valutazione della proprietà intellettuale, un mercato digitale che metta in contatto acquirenti e venditori di proprietà intellettuale, e un percorso più semplice per gli appalti pubblici di ricerca e sviluppo d’avanguardia. La proposta si inserisce nella Competitiveness Compass, la strategia con cui l’Unione punta a rafforzare competitività di lungo periodo, prosperità e sovranità tecnologica.

Anche sul fronte della proprietà intellettuale il testo scende nel concreto. A gestire il nuovo Competence Centre sarà l’EUIPO, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale, che dovrà sviluppare metodologie di valutazione degli asset IP, gestire la piattaforma digitale di incontro tra domanda e offerta e istituire schemi di certificazione per i valutatori.

Il quadro di valutazione resta volontario per le imprese, ma diventa obbligatorio per le istituzioni UE e i programmi finanziati che richiedono una stima degli asset di proprietà intellettuale. L’obiettivo è affrontare un problema noto, quello di startup e scaleup che possiedono brevetti difficili da valutare in modo omogeneo, un ostacolo che oggi frena banche e fondi di venture capital nell’accettarli come garanzia per i finanziamenti.

Il mercato digitale, dal canto suo, mette in contatto investitori, intermediari e titolari di brevetti, ma le transazioni si concludono fuori dalla piattaforma. Funziona quindi come strumento di incontro, senza regolamentare le vendite o le licenze vere e proprie.

Vuoi approfondire questo argomento e confrontarti con un esperto del settore?

Doppia diagnosi 

La Commissione parte da una diagnosi tanto netta quanto risaputa: l’Europa possiede capacità di ricerca di livello mondiale, talento e potenziale creativo, ma chi innova nel continente incontra ostacoli che impediscono alle proprie idee di raggiungere il successo commerciale in Europa, tanto che spesso vengono sviluppate e monetizzate altrove.

La proposta affronta due sfide. Sul fronte dei finanziamenti, punta a istituire il quadro UE unificato per la valutazione della proprietà intellettuale, il mercato digitale per acquirenti e venditori di PI e una consulenza specialistica per aiutare le imprese a commercializzare le proprie innovazioni. Sul fronte degli appalti per ricerca e sviluppo, introduce procedure standardizzate pensate per rafforzare la certezza giuridica, accelerare l’ingresso sul mercato delle nuove tecnologie e favorire appalti congiunti tra enti pubblici dei diversi Stati membri.

Appalti pubblici tra semplificazione e “Buy European”

Sempre sul fronte degli appalti, le misure sono più concrete di quanto il linguaggio istituzionale lasci intuire. Il principio del “once-only” permette alle imprese, soprattutto piccole e medie, di caricare la propria documentazione una sola volta su un’unica piattaforma e partecipare così a bandi in qualsiasi Stato membro, senza dover ripetere la procedura ogni volta.

La clausola “Buy European” consente alle amministrazioni pubbliche di scartare le offerte in cui i componenti di origine europea valgono meno della metà del valore totale, e nei settori delle infrastrutture critiche e della sicurezza permette di riservare gli appalti alle sole imprese europee.

Il volume normativo si riduce da 900 a 200 pagine, le procedure passano da cinque a tre fasi, con un risparmio stimato di 650 milioni di euro l’anno, di cui 570 milioni direttamente a beneficio delle imprese.

Cambiano anche i criteri di valutazione: la qualità dovrà pesare almeno il 30% del punteggio e almeno il 50% nei contratti a elevata intensità di lavoro, con parametri obbligatori su impatto ambientale, cybersicurezza, diritti sociali e resilienza delle catene di fornitura.

Vuoi approfondire questo argomento e confrontarti con un esperto del settore?

Le proiezioni della Commissione 

10,2 miliardi di euro l’anno di finanziamenti aggiuntivi sbloccati grazie a una migliore valutazione della proprietà intellettuale. 35 milioni l’anno di risparmi amministrativi dalla semplificazione delle procedure sulla PI. E ancora, 25,92 miliardi l’anno di profitti aziendali aggiuntivi attesi e 1 miliardo l’anno di risparmi per gli acquirenti pubblici. Contestualmente la Commissione ha proposto anche sandbox normativi per accelerare la trasformazione delle idee innovative in soluzioni pronte per il mercato.

A queste proiezioni si affianca un’analisi più ampia del Joint Research Centre, il centro di ricerca interno della Commissione, i cui risultati sono confluiti direttamente nella valutazione d’impatto dell’Act.

Nello scenario ottimistico, le tre misure principali del provvedimento potrebbero generare fino a 452 miliardi di euro di PIL cumulato nei prossimi dieci anni e 507 mila posti di lavoro aggiuntivi al picco. Nello scenario prudente, la stima scende rispettivamente a 256 miliardi e 238 mila posti di lavoro. Il JRC ricorda anche il punto di partenza: la spesa pubblica europea in appalti per ricerca e sviluppo vale oggi 17,3 miliardi di euro l’anno, la base su cui l’Act punta a costruire un effetto moltiplicatore.

«Con l’European Innovation Act affrontiamo la frammentazione direttamente: un solo quadro per la valutazione della proprietà intellettuale, un solo mercato digitale che collega acquirenti e venditori, e un percorso più semplice per gli appalti pubblici di ricerca e sviluppo all’avanguardia. E questo è solo l’inizio. Entro il 2028 creeremo un autentico mercato unico in cui le idee scalano più velocemente, i capitali circolano con maggiore libertà e l’autonomia strategica dell’Europa si rafforza. È questa l’Europa che stiamo costruendo», ha dichiarato Ekaterina Zaharieva, Commissaria europea per le Startup, la Ricerca e l’Innovazione.

Timide risposte

Il testo non è arrivato senza attriti neppure dentro la Commissione. Il Regulatory Scrutiny Board, l’organo interno che valuta la qualità delle proposte legislative, ha bocciato due volte la bozza di valutazione d’impatto dell’Act, a gennaio e a febbraio, costringendo Bruxelles a rivederla. Tra le modifiche, la rimozione degli obiettivi di spesa vincolanti sugli appalti pubblici per ricerca e sviluppo e l’eliminazione delle sovrapposizioni con la revisione in corso delle direttive UE sugli appalti pubblici: un ridimensionamento che tocca proprio uno dei due fronti su cui l’Act punta a cambiare le cose.

A muovere una critica di sostanza, più che di metodo, è la European University Association (EUA): pur apprezzando l’attenzione agli appalti innovativi, l’associazione osserva che il testo non affronta la mobilità di studenti e personale tra imprese e università, ostacolata da barriere amministrative ancora irrisolte, né riconosce alle università il ruolo di costruttrici di lungo periodo degli ecosistemi locali di startup e scaleup, benché ne siano spesso il perno.

Per l’EUA resta inoltre da chiarire il collegamento tra l’Innovation Act e il blueprint sul licensing della proprietà intellettuale promesso nella Strategia UE per Startup e Scaleup, di cui l’Act fa parte.

Vuoi approfondire questo argomento e confrontarti con un esperto del settore?

Il nodo della scala industriale

Le prime reazioni del settore, circolate a caldo, sono più tiepide dell’annuncio. Il nodo principale riguarda la scala del problema che l’Act prova ad affrontare: aumentare la quota di appalti pubblici dedicata a ricerca e sviluppo, oggi ferma allo 0,6%, viene letto come un segnale importante — trattare gli appalti come leva di innovazione e non solo come esercizio di conformità è il passaggio che i fondatori potrebbero percepire per primo — ma insufficiente da solo a colmare il divario di crescita con Stati Uniti e Asia.

Per chi lavora nel deep tech, il problema non è normativo ma fisico: una singola fabbrica di semiconduttori a 2 nanometri costa tra i 15 e i 20 miliardi di euro, e scalare questo tipo di capacità richiede infrastrutture industriali pesanti, non solo preferenze d’acquisto statali.

A questo si somma il nodo energetico: l’innovazione non si commercializza su reti elettriche congestionate, e gli hub di calcolo e deep tech hanno bisogno di energia di base continua e accessibile. Non è un caso, secondo questa lettura, che oltre il 70% delle scaleup europee scelga di trasferirsi in Nord America proprio per i prezzi dell’energia e la velocità con cui lì è possibile realizzare gli impianti.

Più che processi di approvvigionamento più rapidi, all’Europa servirebbero infrastrutture fisiche sbloccate, autonomia energetica ed esecuzione diretta sull’hardware industriale. Trasformare la ricerca in asset commerciali fisici resta, per questa parte del settore, l’unica strada percorribile.

Il problema delle risorse private

Un secondo ordine di critiche riguarda la natura stessa dello strumento. L’Innovation Act non stanzia denaro pubblico fresco. Come spesso accade con questo tipo di iniziative europee, promuove, incoraggia e stabilisce un quadro legale con l’obiettivo di “sbloccare” capitali privati e generare profitti aggiuntivi stimati, senza però chiarire con altrettanta precisione chi dovrebbe mettere concretamente sul tavolo le risorse private necessarie a raggiungere quelle proiezioni.

Potrebbe interessarti anche

Nasce la palestra italiana dei robot

ARTES 4.0 apre un’infrastruttura di 520 metri quadrati con 26 attrezzature per testare, prima dell’adozione, umanoidi, droni e piattaforme immersive Provare un robot prima di...

Private equity e PMI, la view di Bain 

Intervista a Sergio Iardella di Bain & Company sul nuovo ruolo dei fondi per le aziende italiane, tra intelligenza artificiale e ricambio generazionale Il capitale che...