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Vivon 4.0: tracciabilità e AI per l’agroalimentare

Blockchain, IoT e intelligenza artificiale per aiutare le aziende a proteggere qualità, dati e valore lungo tutta la filiera.

Quanto valore si perde quando un prodotto agroalimentare lascia l’azienda che lo ha realizzato?

Dietro una bottiglia di vino, un olio, uno zafferano o una produzione agricola di qualità ci sono processi, competenze, controlli e scelte che difficilmente arrivano fino al consumatore. Sullo scaffale, spesso, tutto questo viene ridotto a pochi elementi visibili: prezzo, confezione e informazioni riportate in etichetta.

È proprio da questo problema che nasce Vivon 4.0 Società Benefit, il progetto guidato dal CEO e Founder Marco Crimi, che punta a costruire una filiera agroalimentare nella quale dati, qualità e storia del prodotto possano accompagnarlo dal campo fino al mercato.

«L’esigenza iniziale era far capire perché, a parità apparente di prodotto, una produzione artigianale o di qualità potesse avere un prezzo più alto», racconta Crimi.

Da qui l’idea: utilizzare la tecnologia non soltanto per tracciare un prodotto, ma per rendere visibile e verificabile il valore generato dall’azienda.

Nell’immagine Marco Crimi, CEO e Founder di Vivon 4.0 Società Benefit

Quando il prodotto esce dall’azienda, il controllo non può fermarsi

Per un produttore, uno dei punti critici riguarda ciò che accade dopo la produzione.

Trasporto, distribuzione e conservazione possono incidere sulla qualità finale, mentre agli occhi del cliente la responsabilità continua spesso a ricadere sul marchio del produttore.

Una variazione di temperatura o umidità durante il percorso può modificare le condizioni del prodotto senza che l’azienda abbia necessariamente strumenti per ricostruire ciò che è accaduto.

Vivon 4.0 parte proprio da questa esigenza di continuità.

Attraverso sensori IoT, la piattaforma può raccogliere parametri lungo la filiera e trasformarli in dati utilizzabili dall’impresa. Temperatura, umidità e altri indicatori diventano così elementi da monitorare per individuare anomalie, prevenire criticità e costruire una conoscenza più approfondita dei propri processi.

La blockchain Ovochain interviene invece sulla registrazione delle informazioni, rendendo verificabili e non modificabili i passaggi inseriti nel sistema.

Crimi sottolinea però una distinzione importante: «La blockchain non certifica che un dato sia vero. Rende immutabile ciò che viene registrato».

Per questo Vivon ha affiancato alla blockchain la raccolta automatica tramite sensori, con l’obiettivo di ridurre l’intervento manuale nella generazione del dato.

Dai dati alla gestione dell’azienda

La tracciabilità, però, è soltanto una parte del progetto.

Vivon 4.0 integra strumenti per digitalizzare attività e processi aziendali, dal quaderno di campagna alla gestione delle lavorazioni, fino alla raccolta delle informazioni provenienti dal campo.

Il passaggio successivo è utilizzare questa mole di dati per aiutare l’impresa a decidere meglio.

Qui entra in gioco l’intelligenza artificiale.

L’AI può supportare la generazione dei processi produttivi, elaborare le informazioni raccolte dai sensori e incrociare dati storici e ambientali. L’obiettivo è consentire all’azienda di individuare nel tempo correlazioni utili, anticipare alcune criticità e adattare le proprie attività alle condizioni effettive della produzione.

Un tema particolarmente rilevante in un settore nel quale il cambiamento climatico sta rendendo meno prevedibili calendari e condizioni operative.

La piattaforma prevede inoltre la possibilità per le aziende di creare assistenti AI personalizzati, alimentati con fonti e conoscenze specifiche, da utilizzare come supporto su particolari ambiti aziendali.

Non per sostituire il professionista, precisa Crimi, ma per permettere all’imprenditore di arrivare al confronto con consulenti e tecnici con maggiori informazioni a disposizione.

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Dalla conformità normativa alla prevenzione del rischio

Anche attività apparentemente meno strategiche possono trasformarsi in costi e criticità.

Un esempio è il controllo delle etichette. Vivon utilizza l’intelligenza artificiale per verificare la corrispondenza delle informazioni con le norme considerate dal sistema e segnalare eventuali anomalie all’azienda.

Il principio è lo stesso che attraversa l’intero progetto: utilizzare il dato prima che il problema emerga, anziché limitarsi a registrarlo quando è già avvenuto.

Digitalizzare non significa quindi semplicemente sostituire carta ed Excel con una piattaforma, ma costruire progressivamente una base dati aziendale sulla quale poter lavorare.

Più cresce lo storico, maggiore può diventare la capacità dell’impresa di analizzare le proprie attività, confrontare stagioni e produzioni e individuare margini di miglioramento.

Tracciabilità significa anche difendere il valore del prodotto

C’è poi un secondo fronte, prettamente commerciale.

Se un’azienda investe nella qualità ma non riesce a dimostrarla, una parte di quel valore rischia di rimanere invisibile.

La tracciabilità può invece diventare uno strumento di posizionamento: origine, processi, condizioni di produzione e informazioni di filiera diventano elementi attraverso cui raccontare perché un prodotto è diverso da un altro.

È su questo terreno che il progetto si collega a Ovoland, la community digitale di Vivon 4.0 pensata per mettere in relazione produttori e consumatori e dare spazio anche alla commercializzazione di prodotti tracciati secondo il protocollo Vivon.

L’obiettivo è accorciare la distanza tra chi produce e chi acquista, offrendo alle aziende non soltanto tecnologia per la gestione interna, ma anche uno spazio nel quale trasparenza e qualità possano diventare argomenti commerciali.

Una tecnologia pensata per crescere insieme all’impresa

Vivon 4.0 non individua il proprio interlocutore esclusivamente in base alle dimensioni.

«La differenziazione non è tra azienda grande e piccola, ma nei valori che queste realtà condividono con noi», spiega Crimi.

Il progetto si rivolge quindi sia alle realtà agricole più piccole sia ad aziende strutturate e filiere che vogliono utilizzare digitalizzazione e tracciabilità come strumenti di crescita.

La prospettiva è quella di un ecosistema nel quale produttività, sicurezza alimentare, sostenibilità e valorizzazione commerciale non siano percorsi separati, ma parti dello stesso processo.

Perché il vero salto digitale dell’agroalimentare potrebbe non consistere nell’aggiungere una nuova tecnologia alla filiera.

Potrebbe consistere nel riuscire finalmente a conoscere, misurare e dimostrare il valore che quella filiera produce.

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