di Andrea Zanini – responsabile Relazioni esterne e Media Relations OpenEconomics
Quando l’analisi esce dai report e entra nei processi decisionali diventa un asset strategico e leva competitiva. Perché non basta sapere quanto si spende
Le previsioni si stanno avverando. A dicembre 2024, l’ISTAT aveva stimato per il 2025 un’accelerazione degli investimenti fissi lordi (+2,8%) trainata dal completamento delle opere PNRR, con il rapporto investimenti/PIL destinato a salire al 22,3%. A gennaio 2026, i dati confermano la tendenza: nei primi tre trimestri del 2025 gli investimenti in Italia sono cresciuti del 3,1% rispetto allo stesso periodo del 2024, sostenuti soprattutto da fabbricati non residenziali (+15,2%) e dai progetti finanziati dal Piano. La Banca d’Italia, nel bollettino di gennaio 2026, sottolinea che questa dinamica positiva prosegue anche nel quarto trimestre, spinta dagli incentivi fiscali e dalle misure del PNRR.
Il vero tema non è quanto si spende, bensì la capacità di trasformare quella spesa in crescita duratura e impatti misurabili su PIL, occupazione e filiere produttive. Per imprese e grandi player infrastrutturali, dotarsi di strumenti che vadano oltre i tradizionali indicatori finanziari – CAPEX, payback, ROI – e misurino con rigore gli effetti sull’economia reale è diventata una priorità strategica.
Cosa dicono le evidenze recenti sui moltiplicatori degli investimenti
La ricerca economica degli ultimi anni conferma che gli investimenti pubblici e privati ben progettati generano moltiplicatori significativi, soprattutto nelle economie avanzate. Uno studio del Fondo Monetario Internazionale pubblicato nel 2025 evidenzia che, per i Paesi OCSE, i moltiplicatori degli investimenti pubblici variano tra 1,36 e 2,30 su un orizzonte di cinque anni, risultando superiori a quelli della spesa corrente (0,77–1,78). In altri termini, ogni euro investito in infrastrutture e capitale produttivo può generare, nel medio periodo, fino a 2,30 euro di contributo al PIL, grazie agli effetti diretti, indiretti e indotti lungo le filiere.
Una recente analisi pubblicata da Boston Consulting Group nel gennaio 2026 conferma che, nelle economie sviluppate, un aumento sostenuto del 5% nello stock di infrastrutture può essere associato a un incremento della crescita di lungo periodo fino a +0,45 punti percentuali di PIL. Considerando che i Paesi OCSE sono previsti crescere in media dell’1,7% nel 2026, questo contributo aggiuntivo è tutt’altro che trascurabile. Lo studio evidenzia inoltre che infrastrutture energetiche e digitali tendono a generare i ritorni economici più elevati, con un’elasticità di 0,09 per la capacità di generazione elettrica: un aumento sostenuto del 5% nella capacità installata può tradursi in +0,45 punti di crescita del PIL.
La qualità degli investimenti conta almeno quanto la quantità di risorse allocate
Questi ordini di grandezza spiegano perché la qualità degli investimenti – selezione dei progetti, capacità di esecuzione, coerenza con le strategie di sviluppo – conta almeno quanto la quantità di risorse allocate. Per chi guida grandi programmi industriali, significa che disporre di stime robuste sull’impatto atteso diventa una leva competitiva sia verso l’interno (priorità di portafoglio, allocazione del capitale) sia verso l’esterno (relazione con istituzioni, mercati finanziari e territori).

Il caso RFI dagli investimenti ai posti di lavoro
Il caso di Rete Ferroviaria Italiana rappresenta un esempio concreto di come l’analisi di impatto possa trasformare numeri complessi in evidenze accessibili e strategicamente rilevanti. Tra il 2021 e il 2024, RFI ha realizzato investimenti per 29 miliardi di euro, prevalentemente in infrastrutture ferroviarie, stazioni, potenziamento tecnologico e manutenzione straordinaria. L’analisi condotta da OpenEconomics ha quantificato gli effetti di questo programma sull’economia italiana utilizzando un approccio basato sulle matrici di contabilità sociale (SAM, Social Accounting Matrix).
I risultati economici: produzione, PIL e occupazione
I risultati mostrano che i 29 miliardi di investimenti hanno attivato 57,5 miliardi di produzione complessiva lungo le filiere, generato 23,5 miliardi di PIL aggiuntivo e sostenuto circa 314 mila unità di lavoro equivalenti (FTE) in quattro anni, che salgono a circa 500 mila considerando gli effetti più ampi sull’indotto. Il moltiplicatore sulla spesa, al netto della componente indotta, è risultato pari a 0,8, in linea con le valutazioni del Ministero delle Infrastrutture e coerente con i range stimati dalla letteratura internazionale per investimenti infrastrutturali.
L’impatto territoriale e settoriale lungo le filiere
Dal punto di vista territoriale, l’impatto maggiore si concentra in Lombardia (+6,7 miliardi di PIL), Veneto (+5,2 miliardi) e Campania (+4,1 miliardi), e riflette sia la distribuzione geografica degli interventi sia la densità delle filiere produttive locali. Sul piano settoriale, oltre alle costruzioni (che rappresentano il 57,5% della spesa diretta), emergono con forza programmazione e consulenza informatica (quasi 3 miliardi), attività metallurgiche (circa 2 miliardi), apparecchiature elettriche (oltre 1 miliardo) ed energia elettrica e telecomunicazioni (circa 2 miliardi complessivi). Questi dati evidenziano come un programma di investimenti infrastrutturali tradizionali mobiliti in realtà un ecosistema ampio di competenze tecnologiche, digitali e manifatturiere avanzate.
Un programma di investimenti infrastrutturali mobilita un ampio ecosistema di competenze tecnologiche
Questa mappatura dettagliata degli impatti ha permesso a RFI e al Gruppo FS di dialogare con istituzioni centrali e locali, fornitori, sindacati e comunità locali su basi fattuali. Inoltre mostra come un piano di investimenti ben governato contribuisca allo sviluppo diffuso, alla competitività delle filiere e alla coesione territoriale.

Come funziona una vera analisi di impatto
Una valutazione d’impatto parte da dati di spesa e di progetto – cosa si investe, dove, in quali tecnologie e con quali fornitori – e li collega, tramite matrici input-output, modelli CGE (Computable General Equilibrium) o modelli econometrici, agli effetti su PIL, occupazione e ai principali indicatori macroeconomici nei diversi settori e territori. La Commissione Europea e la Banca Europea per gli Investimenti utilizzano modelli come RHOMOLO, sviluppato dal Joint Research Centre, per stimare l’impatto di politiche e investimenti su variabili chiave come PIL, occupazione, reddito e consumi a livello regionale.
Recenti applicazioni del modello RHOMOLO (2024-2025) hanno valutato l’impatto macroeconomico del Fondo Europeo di Difesa, del programma Digital Europe (oltre 175 miliardi di investimenti digitali) e di Horizon 2020, mostrando effetti significativi e persistenti su PIL e occupazione grazie ai guadagni di produttività generati da R&D e innovazione. Questo approccio permette di distinguere tra impatto diretto (nei cantieri o negli stabilimenti), indiretto (lungo le filiere dei fornitori) e indotto (nei consumi delle famiglie alimentati dai redditi generati).
Le linee guida dell’OCSE, “Better regulation”, pubblicate nel 2025 raccomandano esplicitamente di integrare nella valutazione ex ante ed ex post gli effetti su crescita, occupazione, competitività e coesione territoriale, superando una visione dei progetti centrata unicamente su costi e compliance. Non è solo un esercizio tecnico: è un cambio di paradigma verso decisioni di investimento fondate su evidenze misurabili e comparabili.
Dal caso singolo alla strategia industriale
Se confinata alla rendicontazione, l’analisi di impatto rischia di essere percepita come un adempimento. Quando invece entra nei processi decisionali, diventa un asset strategico per selezionare, comparare e dare priorità ai progetti. Le imprese possono confrontare scenari alternativi – localizzazioni diverse, configurazioni tecnologiche, tempistiche di realizzazione – non solo in termini di ritorno finanziario, ma anche rispetto a effetti su occupazione qualificata, rafforzamento delle filiere e contributo agli obiettivi di transizione verde e digitale.
Il rapporto sugli investimenti 2024/2025 della Banca Europea per gli Investimenti sottolinea che, nel solo 2025, gli investimenti firmati dalla BEI dovrebbero sostenere 302 miliardi di euro di investimenti totali, generare +1,10% di PIL e 1,5 milioni di posti di lavoro entro il 2029. Questi numeri confermano che, a livello europeo, la misurazione sistematica degli impatti è diventata uno standard operativo per valutare addizionalità e efficacia delle scelte di investimento.
Per i grandi gruppi industriali, disporre di queste evidenze significa poter dimostrare come un piano di investimenti contribuisca a ridurre divari territoriali, sostenere la competitività delle filiere e accelerare gli obiettivi climatici, andando oltre la pura narrazione dei costi e delle opere realizzate. Significa anche dialogare con mercati finanziari, regolatori e comunità locali con un linguaggio basato su dati e key performance indicator misurabili, rafforzando la reputazione e la capacità di attrazione di capitali. Per chi guida la trasformazione industriale, significa passare davvero dal dato alla decisione: usare la valutazione d’impatto non come onere burocratico, ma come leva competitiva per progettare investimenti capaci di generare valore misurabile per l’azienda, per le filiere e per i territori in cui opera.


