Intervista a Myriam Defilippi, coautrice del libro “La rivoluzione della longevità”. Dati, scenari e soluzioni per trasformare la longevità in una risorsa
L’Italia è un paese che sta invecchiando rapidamente. Lo sappiamo da tempo, i dati parlano chiaro e tracciano proiezioni che non lasciano scampo. Arriverà un momento in cui la forza lavoro impiegata, considerata “anziana” sarà in maggioranza ma al tempo stesso non ci saranno abbastanza giovani sul mercato da assumere per consentire un ricambio.
Uno scenario apocalittico oppure una nuova normalità da gestire con consapevolezza e strumenti innovativi? La longevità, la vita lavorativa che si allunga, la necessità di costruire un dialogo nuovo tra generazioni e soprattutto il ruolo decisivo delle aziende nel promuovere processi virtuosi, sono al centro del libro La rivoluzione della longevità (Il Sole 24Ore) scritto da Myriam Defilippi insieme a Maurizio De Palma. Defilippi, giornalista esperta di attualità e temi che riguardano il mondo del lavoro, conduce insieme a De Palma un’analisi accurata a partire dai numeri, che aiutano a capire il presente, per poi approdare alle prospettive e alle possibili linee di azione da mettere in campo.

Che cos’è La rivoluzione della longevità?
Vorrei citare un paio di numeri per spiegare perché è importante parlare intanto di longevità. Le proiezioni che fa oggi l’Istat ci dicono che gli italiani sono 59 milioni, nel 2040 saranno 54,7 milioni, quindi è prevista una diminuzione costante della popolazione. Gli over 65 al momento sono il 24,3% della popolazione, secondo le proiezioni Istat nel 2040 saranno il 34%. Se consideriamo la fascia lavorativa 15 – 64 anni, attualmente parliamo del 63% della popolazione; nel 2040 sarà il 54%. Pensiamo allo sbilanciamento che stiamo vivendo e agli effetti sulla previdenza e sulle pensioni. Abbiamo già le culle e alcune aule vuote, vogliamo avere anche le aziende vuote? I numeri rischiano di portarci a questo punto, poi naturalmente dietro i numeri ci sono le persone. La longevità racconta qualcosa di duraturo, cioè che oggi si vive di più, un aspetto certamente positivo. Allora qual è il nucleo di fondo del libro? Sicuramente è importante poter vivere di più ma è cruciale poter vivere bene. Quindi un tema è la qualità della vita, durante la quale il lavoro resta una componente molto
importante, sia per il singolo sia per la società. Questo non significa che dobbiamo lavorare fino a 84 anni, ci mancherebbe altro. Ma che persone in buona salute, avanti con l’età saranno sempre più indispensabili nel mondo del lavoro e devono essere valorizzate come persone che possono continuare a dare un contributo alla società, lavorando. Sia per sentirsi realizzate che continuando a produrre valore. La rivoluzione è cercare di dare uno scossone, visto lo scenario che si prospetta. Scuotere per spingere all’azione.
Voi introducete il tema dell’ageismo, ovvero l’età come un problema sul lavoro. Quali luoghi comuni vogliamo sfatare?
Il termine secondo noi verrà sempre più usato nel dibattito pubblico, proprio perché la componente demografica anziana, over 55, è un mondo nuovo da raccontare. Tuttavia l’ageismo non è un problema che riguarda soltanto gli over 50 ma anche i più giovani. Pensiamo a quando si dice “sei troppo giovane per saper fare alcune cose o per imparare a farne altre..”. Questo ci racconta anche la difficoltà di comunicazione tra generazioni, proprio perché ci sono dei reciproci pregiudizi. Il tema poi colpisce in modo particolare le donne, che sono doppiamente penalizzate nel mercato del lavoro quando hanno superato i 50 anni. Non che per gli uomini sia una passeggiata, ma le donne sono emarginate sia a livello di genere che a livello di generazione. Per sfatare alcuni miti: i senior di oggi sono diversi da quelli del passato. Non è vero che non siamo più capaci di fare nulla. Le aziende devono rendersi conto che gli over 50 sono una risorsa su cui investire, mentre invece troppo spesso non sono più inclusi nei corsi di formazione in azienda, perché erroneamente si pensa che non siano disposti a imparare più niente o non vogliano farlo.
L’ageismo dovrebbe essere un tema anche per le aziende. Sentono l’esigenza di affrontarlo?
Sì, se non altro per una questione di numeri. Oggi è difficile trovare i giovani perché sono pochi e spesso non hanno una preparazione adeguata rispetto alle esigenze del mondo del lavoro. Quindi c’è un tema di engagement, vale a dire di attirare i talenti ma anche di trattenere chi è già in azienda. Sono ancora poche però le imprese che si interrogano in modo concreto su cosa fare. Di sicuro non bastano soltanto le dichiarazioni di intenti sul dialogo intergenerazionale. La longevità è una difficoltà oggettiva ma anche un’opportunità. Ad esempio ti offre uno sguardo diverso sui prodotti e servizi che in prospettiva, tu azienda dovrai fornire.
Nel libro raccogliete una lunga carrellata di voci dei responsabili delle risorse umane di aziende. Quali buone pratiche, indicazioni, strumenti hanno in mente per affrontare il tema longevità?
Intanto deve essere forte la consapevolezza che da un lato ogni dipendente è una persona e in quanto tale unica, nello stesso tempo l’appartenenza a una generazione ti segna rispetto a ciò che vivono le altre generazioni. Questo impone una grande capacità di ascolto da parte dell’azienda nei confronti dei propri dipendenti. Le grandi aziende hanno anche strutture e personale deputati a tale compito, ma sappiamo che l’Italia è costituita prevalentemente da piccole medie e soprattutto microimprese, per le quali tutto è più complicato. Inoltre serve una grande elasticità a livello di contratti per venire incontro ad esigenze che cambiano. Oggi nella stragrande maggioranza dei casi succede questo: fino a un certo punto della tua vita sei impegnatissimo sul lavoro, magari dopo tanti anni dentro un’azienda hai anche un carico di responsabilità notevole, poi vai in pensione e dal giorno successivo non fai più nulla. Oppure spesso vieni mandato in pensione prima possibile perché sei considerato solo un costo. Bisogna trovare la soluzione. Occorre che tutti collaborino – il pubblico, il privato e il terzo settore – perché affrontare i cambiamenti demografici in corso è un’impresa collettiva. Per esempio, servono formule contrattuali più snelle, che magari permettano attività di consulenza, o forme di scivolo lento verso la pensione, che non siano penalizzanti per il singolo e per l’azienda.
Quali strumenti servono invece per costruire la convivenza, anzi per costruire una relazione sempre più proficua, tra giovani e anziani sul posto di lavoro? Esempi dalle aziende?
Tra quelle che riportiamo nel libro cito un paio di esempi di aziende di dimensioni diverse. Una di medie dimensioni, la piemontese Beccaria, che sta puntando molto sul ruolo che possono svolgere i capi reparto. Loro sono uno snodo cruciale perché sono il punto di connessione tra i giovani, che devono imparare i valori aziendali, e chi è da più anni in azienda, perché capisca che alcune prassi del passato non sono più applicabili. Dentro Beccaria stanno lavorando su questa dinamica intergenerazionale e stanno avendo dei risultati importanti. Poi ci sono aziende come Cisco Italia che favoriscono i rapporti intergenerazionali con attività di volontariato e la creazione di gruppi su temi che non hanno a che fare con la produzione in azienda. Per esempio quanti vogliono occuparsi di ambiente si riuniscono e possono svolgere insieme attività di volontariato in quell’ambito. Un tema come questo prescinde dall’età. È un cross generazionale e permette alle persone di trascorrere una giornata con colleghi di un altro reparto e di un’altra generazione, cominciare a trovare un campo di interesse comune, dialogare e variare lo sguardo reciproco tra giovani e senior. Non c’è nessuna bacchetta magica. Eppure creare dei momenti di incontro che non siano solo per fare un po’ di washing, ma per costruire qualcosa insieme, per capire che ci sono dei valori che vanno al di là dell’età, sta dando dei risultati.
Un altro grande tema è il Welfare che va in qualche modo ridisegnato e ripensato, ma come?
Intanto ascoltando i dipendenti. Di solito il welfare in azienda si traduce in pacchetti piovuti dall’alto. Ma sarebbe molto più funzionale offrire ciò che davvero risponde alle esigenze del singolo, che spesso variano proprio in base all’età. Ci sono poi temi sempre più importanti per tutti come, il well being e l’educazione finanziaria perché se un dipendente ha dei grossi problemi finanziari non riesce a lavorare con la giusta concentrazione. E in un mondo dove non c’è più il tipico passaggio studio-lavoro-pensione occorre imparare a gestire in autonomia le proprie risorse. Se l’azienda organizza dei corsi, secondo me offre un grande aiuto. Ancora più fondamentale è poter gestire il tempo al meglio con flessibilità. Molto spesso abbiamo bisogno di tempo per prenderci cura dei nostri cari, figli, nipoti, persone anziane. Prima le famiglie erano numerose, di solito c’erano vicinanza e aiuto reciproco. Ora servono soluzioni diverse e innovative per conciliare vita privata e professionale.
La parte conclusiva del libro è dedicata al nuovo patto sul lavoro che in qualche modo deve essere riscritto ex novo. Quali regole servono e da chi deve partire il cambiamento?

Deve partire da tutti: dallo Stato, dalle aziende e dai singoli individui. Nel Manifesto per un lavoro intergenerazionale e inclusivo sottolineiamo l’importanza della promozione della intergenerazionalità: l’azienda fin dalla fase del reclutamento delle persone deve agire in un’ottica intergenerazionale e poi far dialogare al meglio tutte le sue componenti. Per quanto riguarda la singola persona è fondamentale l’occupabilità a lungo termine, significa riuscire a restare preparati e attivi lungo tutta la vita lavorativa. Le aziende devono aiutare perché devono dare strumenti di formazione ma la singola persona deve imparare ad adattarsi ai cambiamenti e ad essere pronta a investire su se stessa, nonché ad aggiornarsi più rapidamente di prima. Se riesco ad essere occupabile, sto meglio fisicamente oltre che finanziariamente. E si crea un circolo virtuoso positivo per tutti quanti.
Copertina libro “La rivoluzione della longevità”


