25/11/2021

 

Martina Miliani

Intervista ad Andrea Boraschi, presidente ANIPLA
 

 
Laureato in Ingegneria Informatica, Andrea Boraschi è responsabile di progetto delle discipline Automazione, Strumentazione e Telecomunicazioni presso XSIGHT by Saipem. Ha quasi 20 anni di esperienza nelle discipline di strumentazione e controllo, prima come fornitore di sistemi di controllo e sicurezza, poi come responsabile e consulente di disciplina in diverse società di Ingegneria, dalla fase di studio di base di impianto alla messa in servizio, in diversi comparti industriali.
Completano il profilo l’esperienza nel campo della sicurezza e cyber sicurezza funzionali e diversi accrediti internazionali conseguiti negli anni.

 

“Non è più il momento di perdere tempo” dice Andrea Boraschi, il neoeletto presidente di Anipla, l’Associazione Nazionale Italiana Per L’Automazione. Occorre “una programmazione lungimirante fondata sulla prioritaria rilevanza del digitale” se non vogliamo incorrere in “gravi conseguenze nell’immediato futuro della collettività”. Una programmazione che riguardi soprattutto le Piccole e Medie Imprese (PMI), “che rappresentano la maggior parte dell’occupazione in Italia”.
Il Covid-19 pare infatti aver colpito una realtà, quella dell’automazione italiana, già in difficoltà rispetto ai competitor all’estero, dove già si parla di “quinta rivoluzione industriale”.

 

Anipla è un’associazione senza fini di lucro (non di categoria) nata nel 1956, che raccoglie l’interesse di diverse aziende che operano nel settore Industriale Italiano, e che oggi conta piu di 70 soci individuali e collettivi provenienti da diverse realtà italiane: il mondo accademico, le PMI, le società di Ingegneria, i system integrator e fornitori di soluzioni e tecnologie.

Anipla nasce con l’intento di promuovere e favorire in Italia la conoscenza, lo studio e l’applicazione dell’automazione, considerata nei suoi diversi aspetti: tecnologico, organizzativo, economico e sociale.

 

L’associazione si propone come “trait d’union” tra il mondo dell’industria e quello della formazione, e rappresenta un importante punto di riferimento per i giovani diplomati e i futuri ingegneri.
Anipla, infatti, è legata a doppio filo con le università, i centri di ricerca e gli istituti tecnici.
Organizza incontri per promuovere la creazione di contatti tra gli studenti e le aziende operanti nel settore dell’automazione.

 

 

 

Tra i trend dell’automazione troviamo Internet of Things (IoT) ed Edge Computing. Qual è la diffusione di queste tecnologie in Italia?

 

IoT ed Edge Computing sono soluzioni che nell’ambito di Industry 4.0 stanno prendendo piede solo recentemente, purtroppo non in tutti i comparti industriali e solo in seguito agli incentivi statali passati e, recentemente, grazie al possibile ritorno di super e iper ammortamento.
Se pensiamo che la Rivoluzione di quarta generazione fa convenzionalmente decorso dal 2011 e già a partire da quest’anno in Europa si parla, prematuramente secondo me, di Quinta Rivoluzione Industriale, si può capire che noi siamo in perenne rincorsa verso un obiettivo troppo asintotico.

 

Qual è la posizione dell’Italia rispetto ai competitor europei?

 

La strada è ancora in salita, soprattutto per le piccole imprese, ma ciò che deve essere chiaro è che il processo di digitalizzazione deve essere facilitato da parte delle istituzioni. Mi rifaccio a dati che ci riguardano. Secondo il rapporto DESI 2020 (Digital Economy and Society Index) circa lo stato generale di digitalizzazione dei paesi europei, l’Italia occupa il terzultimo posto in Europa, ma in realtà naviga ben oltre i primi venti già da qualche
anno.
Secondo il PMI Digital Index 2020 di GoDaddy, efettuato lo scorso luglio su un campione di 4.000 piccole e medie imprese italiane, il grado di digitalizzazione aggregato si attesta su un punteggio di 56/100, due punti in più rispetto al 2019, sempre una ventina di punti più basso rispetto alle concorrenti nordeuropee. Secondo il report di EIB (Europe-an Investiments Bank) 2020/2021 che ha preso in analisi 13.500 aziende nell’UE, GB e USA, l’Italia è in ritardo nel processo di adozione di tecnologie digitali rispetto agli altri stati membri, soprattutto nel settore manifatturiero e PMI che rappresenta la maggior parte dell’occupazione in Italia, mentre è abbastanza ben messo se vediamo la situazione delle medie e grandi imprese (tasso di digitalizzazione maggiore dell’80%).

Questo chiaramente non ci deve tranquillizzare, più è marcato il gap di digitalizzazione tra PMI e grandi imprese peggio sarà per la nostra economia.

 

Cosa implica il processo di digitalizzazione per queste aziende?

 

Digitalizzazione significa investimento in capitale umano, specializzazione, competenze trasversali, resilienza e meno vulnerabilità alle crisi di mercato e pandemiche. Il processo di digitalizzazione guiderà sempre più il tasso di occupazione. In generale, le imprese più innovative contribuiranno maggiormente alla crescita dell’occupazione, mentre le imprese poco digitalizzate saranno più soggette a fare scomparire posti di lavoro.

Non è più il momento di perdere tempo in posizioni di inerzia e resistenza che, in assenza di una programmazione lungimirante fondata sulla prioritaria rilevanza del digitale, possono determinare gravi conseguenze nell’immediato futuro per la collettività.

 

 

Come la pandemia ha influito sul settore dell’automazione? È forse uno dei settori che si riprenderà più in fretta viste le soluzioni che può offrire per la sicurezza dei lavoratori in fabbrica.

 

A livello globale la pandemia ha sostanzialmente generato un’accelerazione della digitalizzazione nel mondo delle attività produttive. Se ci pensiamo abbiamo assistito in pochissimi mesi a ben due anni di trasformazione digitale che
si sarebbero potuti avere senza di essa.

Dopo anni di allarmismi sulla sostituzione tecnologica dei lavoratori, ora che siamo nel bel mezzo di una crisi occupazionale, e non per colpa dei robot, la domanda che tutti ci poniamo è: come può il digitale far crescere la nostra economia e creare posti di lavoro? Software, computer, macchine, nel pieno della pandemia, hanno permesso a molti di continuare a lavorare e all’economia di reggersi in piedi.

A regime l’automazione produce un effetto di “dislocamento”: elimina i lavori a bassa qualificazione e li rimpiazza con altri che richiedono maggiore abilità ed istruzioni. Certamente non è stata radicale in Italia alla stessa stregua.

 

 

Che ruolo hanno le misure economiche adottate negli ultimi mesi e qual è l’impatto strategico di finanziamenti come quelli previsti dal recovery plan o dal bando per i beni strumentali?

 

In risposta alla situazione pandemica e post-pandemica italiana, l’azione delle istituzioni verso il comparto industriale, ma più in generale verso tutte le imprese e PMI italiane, è stata sicuramente lenta nel trovare una sintesi nel primo periodo della crisi dovuta a Covid-19, lenta (si pensi a Cura Italia uscito solo a fine trimestre 2020 e soggetto a ritardo attuativo) sicuramente rispetto ai maggiori paesi europei e agli Stati Uniti.
Tuttavia, ha poi trovato la sua strada attraverso i più recenti decreti Ristori e Sostegni di fine 2020 e Marzo/Maggio 2021 in cui gli aiuti si sono concentrati su sgravi fiscali, finanziamenti alle imprese e contributi a fondo perduto alle start-up.

Sono stati poi interventi efficaci in termini economici per il comparto imprese?
Si parla di circa 20 miliardi di sussidi nell’ultimo anno e mezzo, a mio parere adeguate visto il nostro bilancio e il periodo infausto.
Potevano essi essere meglio indirizzati? Sì, forse. Ma parliamoci chiaro: nello scenario catastrofico che abbiamo vissuto in cui gli effetti a pioggia hanno colpito vite, imprese e abitudini della popolazione, e le cui conseguenze saranno nostre compagne di viaggio per
i prossimi anni, io sfido chiunque a sostenere che ci sarebbero potute essere scelte migliori o peggiori.

Come sappiamo, la coperta è corta da anni e la pandemia è un altro fattore che tenderà a farla accorciare ancora di più. Ora vediamo cosa succederà col Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Next Generation EU) per il quale il Governo ha stanziato l’investimento di circa 24 miliardi di euro in digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo. Sicuramente esso dovrebbe facilitare l’accesso ai finanziamenti da parte delle PMI che di solito vengono tagliate fuori perché non potrebbero generare garanzie sufficienti alle banche a copertura dei finanziamenti.

 


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