martedì 20 Gen, 2026

Cosa ha funzionato (e cosa no) nel trasferimento tecnologico finanziato dal PNRR

La Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia curata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche analizza la missione che puntava a trasformare la ricerca in innovazione


Gianpiero Ruggiero è Primo Tecnologo presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e ha curato il capito della Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia del CNR dedicato al trasferimento tecnologico

Se una robusta attività di ricerca di base è una condizione necessaria per lo sviluppo di applicazioni e innovazioni tecnologiche, non è una condizione sufficiente. Il percorso che porta gli avanzamenti della ricerca di base, spesso realizzati nel settore pubblico senza un orizzonte di mercato, verso innovazioni tecnologiche di mercato è incerto, lungo e accidentato. La natura economica della conoscenza è essa stessa diversa, a seconda che questa venga generata all’interno del settore pubblico oppure all’interno del settore privato.

Il settore privato, ossia il mercato, decide di sfruttare i risultati della ricerca se e quando intravede delle opportunità di profitto. Infatti, gli investimenti delle imprese in ricerca e innovazione sono rischiosi, tanto più quanto aumenta il grado di incertezza sulla ricaduta delle possibili applicazioni tecnologiche in termini di profitti. Al contempo, la competitività delle imprese, e in buona parte del robusto settore del Made in Italy che esporta in tutto il mondo, è proprio il frutto di una continua capacità di innovare, apprendere e adattare le opportunità tecnologiche che la ricerca di base genera continuamente, anche nei campi più disparati. 

Il ruolo strategico delle politiche pubbliche nel trasferimento tecnologico

Tuttavia, le imprese non sempre sono in grado, autonomamente, di “vedere” il potenziale innovativo della ricerca. Inoltre, non sempre dispongono di un livello adeguato di finanziamento per attività rischiose e incerte. Queste ragioni giustificano l’intervento statale, attraverso politiche pubbliche che incoraggiano, e in parte finanziano, la fase delicata di trasferimento tecnologico. Quest’ultima richiede una serie di attività in cui imprese e ricerca pubblica si parlino e comincino a collaborare, intraprendano progetti pilota, caratterizzati da tentativi ed errori, sviluppino nuovi processi e prodotti il cui valore rimane incerto fino alla prova decisiva del mercato.

Va detto che l’attività di trasferimento tecnologico, a dispetto del nome, non si concretizza in un “trasferimento” di tecnologie da un settore ad un altro, in particolare dalla ricerca all’industria. Di fatto le tecnologie non si trasferiscono. Per trasferimento tecnologico si intende un insieme di attività volte a creare un contesto in cui ricerca pubblica e ricerca industriale trovano un terreno comune per sperimentare, ibridare processi, costruire progetti pilota, condividere conoscenze e problematiche tecniche. Molte volte il processo di trasferimento tecnologico segue un percorso indiretto, ossia procede dall’industria alla ricerca. Questo avviene in tutti quei casi (molti) nei quali l’industria riscontra dei colli di bottiglia tecnici o sviluppa delle soluzioni tecnologiche che necessitano di sviluppi scientifici per essere superati o implementati a pieno. 

Dalla ricerca all’impresa

Il piano di trasferimento tecnologico più importante degli ultimi anni in Italia è senz’altro rappresentato dalla Missione 4 – Componente 2 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), denominato “Dalla ricerca all’impresa”. È sotto il coordinamento del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR), con uno stanziamento che ammonta a 8,5 miliardi di euro, di cui 4,6 miliardi sono dedicati alla ricerca in filiera, che si articola nelle seguenti iniziative di sistema:

  1. Partenariati estesi alle università, ai centri di ricerca, alle aziende per il finanziamento di progetti di ricerca di base.
  2. Creazione di “campioni nazionali di ricerca e sviluppo” su alcune tecnologie abilitanti, individuati come Centri Nazionali.
  3. Creazione e rafforzamento di Ecosistemi dell’innovazione come leader territoriali di ricerca e sviluppo.

Iniziative di sistema PNRR MUR (M2C4): Definizioni e importi assegnati

L’andamento di questi interventi, in termini di spesa e di ricadute economiche, è stato oggetto di un capitolo presente all’interno della quinta “Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia” curata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche.

In estrema sintesi, la Relazione sottolinea che a maggio 2025, circa il 44% dei fondi concessi risultava rendicontato, con una maggiore efficienza mostrata dagli Ecosistemi (47,7%). I dati sulla spesa confermano le differenti finalità degli interventi: nei Partenariati predomina la ricerca fondamentale, negli Ecosistemi quella industriale. Si osserva come il rapporto tra spesa per ricerca fondamentale e industriale sia molto diverso per le tre iniziative. I Partenariati  mostrano un 79,3% di spesa dedicata alla Ricerca Fondamentale e soltanto un 13,7% alla Ricerca Industriale e un 2,7% allo Sviluppo sperimentale. Questo forte sbilanciamento è legato alla peculiare natura dei Partenariati estesi. Ovvero, reti di collaborazione per lo sviluppo di specifiche tematiche di ricerca che presuppongono un’intensa attività di ricerca di base per il loro sviluppo.

Per quanto riguarda invece gli Ecosistemi, abbiamo una situazione completamente invertita. Soltanto il 5,7% delle risorse è destinato alla spesa per ricerca fondamentale. Mentre il 66,7% e il 15,5% sono riservati rispettivamente alla Ricerca Industriale e allo Sviluppo industriale, segno di una forte vocazione allo sviluppo imprenditoriale territoriale diffuso, a impatto più immediato sulle esigenze del tessuto produttivo. Valori intermedi invece si riscontrano per i Centri Nazionali dove si spende il 44,1% per Ricerca di base, il 25,2% per la Ricerca industriale e l’11,3% per lo Sviluppo Sperimentale.

Fonte: MUR

Ripartizione per area di spesa degli Ecosistemi, Partenariati estesi, Centri Nazionali

La spesa si concentra prevalentemente sull’assunzione di personale (60,2%). Infatti, sono stati assunti oltre 12.000 nuovi ricercatori, di cui il 46,8% donne. L’impatto occupazionale è stato particolarmente significativo nelle regioni del Mezzogiorno, aree tradizionalmente meno dotate di infrastrutture e personale di ricerca. L’iniziativa ha prodotto un miglioramento nell’equilibrio di genere nel mondo della ricerca, soprattutto nelle nuove assunzioni. La distribuzione territoriale del personale evidenzia come l’impatto sia stato maggiore nelle regioni con minore densità di ricercatori preesistenti, contribuendo così a colmare disuguaglianze storiche.

I “Bandi a cascata” come nuovo modello di relazioni virtuose

Molto interessante il dato sull’utilizzo di bandi a cascata, rivelatosi uno strumento innovativo per distribuire fondi alle imprese. I bandi a cascata sono un meccanismo di finanziamento secondo il quale i beneficiari di progetti PNRR, a loro volta, emanano bandi aperti per distribuire risorse ad altri soggetti. Si tratta di nuove opportunità di finanziamento che mirano a ampliare l’impatto dei progetti PNRR, coinvolgendo un maggior numero di soggetti, soprattutto PMI.

In totale sono stati emessi 424 bandi a cascata per un valore di circa 822 milioni di euro. I Partenariati estesi nel loro insieme hanno emesso 189 bandi a cascata, per un valore di 349 milioni di euro. Gli Ecosistemi dell’innovazione ne hanno emessi 145, per un valore di 262 milioni. Infine i Centri Nazionali 90, per un valore di 210 milioni.

 Per quanto riguarda l’analisi della numerosità di bandi a cascata suddivisi per cluster, si osserva che il maggior numero di bandi emanati rientrano nei cluster “Digitale, Industria e Aerospazio” e “Clima, Energia e Mobilità sostenibile”, che sommati insieme sono più della metà del totale dei bandi pubblicati. Similmente, gli stessi due cluster sono quelli con il valore economico più alto distribuito. Da evidenziare l’importo totale dei bandi per il cluster “Salute”, che si attesta a un valore elevato (137,7ml€) nonostante un numero di bandi emessi inferiore (68).

Fonte: Piattaforma MUR “PNRR AT WORK”

Innovazione aziendale e misurazione degli impatti post-PNRR

Al momento non sono disponibili dati definitivi sulle imprese vincitrici dei bandi, ma si può ipotizzare una rilevante ricaduta sulla ricerca di tipo industriale. Il dato certo è che tutte le grandi aziende e le piccole imprese coinvolte nei bandi, che hanno interagito in questi nuovi circuiti, hanno mostrato un livello di innovazione adeguato e tecnologicamente avanzato. Sarà importante, a chiusura del PNRR, approfondire ulteriori aspetti legati alla misurazione degli impatti di questi bandi (generazione di brevetti, spinoff, costituzione di nuove start-up, livello di nuova occupazione complessivamente generato). Servirà per capire, a conti fatti, quanto di quello che è scaturito dal PNRR sia riuscito a penetrare nel cuore delle aziende e quanta “open innovation” sia calata nella realtà organizzativa delle aziende.

C’è vita dopo il PNRR?

A pochi mesi dalla conclusione del Piano, prevista nel 2026, salvo proroghe in divenire, è importante chiedersi a cosa siano serviti i fondi PNRR nell’ambito della ricerca. Ma anche per capire cosa ci lascia in eredità e per immaginare cosa ci possa essere nella fase post PNRR. 

Innanzitutto va sottolineata l’ottima performance della componente “Dalla ricerca all’impresa” rispetto al cronoprogramma di spesa dell’intero PNRR. Infatti, il settore della ricerca, rispetto alle altre missioni, è tra i migliori in termini di capacità di impegnare le spese. Un’ingente somma di risorse finanziarie è stata diretta verso la ricerca industriale e sperimentale. La presenza di forme di ricerca più prossime alle applicazioni industriali e sperimentali è un segnale importante e incoraggiante per avviare un processo di trasferimento tecnologico efficace.

Le analisi illustrano chiaramente come la spesa preponderante sia stata diretta per l’assunzione di nuovo personale a tempo determinato. Questo dato, se da un lato rappresenta una boccata di ossigeno rispetto al decennio scorso, presenta al contempo un problema di prospettiva. Quale destino spetta, con l’esaurirsi dei fondi dedicati alle iniziative di sistema, alle nuove reclute? Quanti di loro, senza risorse aggiuntive stanziate per la ricerca, allo scadere del PNRR, riusciranno a proseguire la propria carriera di ricercatori/addetti alla ricerca dentro alle istituzioni che li hanno assunti? E quanti saranno assorbiti dall’industria? Quanti verranno impiegati in Italia e quanti preferiranno spostarsi presso università e centri di ricerca all’estero?

Strategie di assorbimento e sostenibilità degli investimenti

Si tratta di questioni cruciali per poter conferire ai risultati ottenuti un valore di medio-lungo periodo. Non soltanto per un tema di continuità di carriera per migliaia di giovani neo-assunti, ma anche per il rischio che le attività di ricerca di base e industriale, proficuamente avviate in questi anni, dissipino nel giro di pochi mesi tutti i potenziali effetti diretti e indiretti di medio e lungo periodo.

Il ruolo dell’industria diventa perciò cruciale, considerato lo spirito degli interventi a sostegno del trasferimento tecnologico. Qui occorre partire dal presupposto che l’accademia non avrà necessariamente i fondi sufficienti per dare continuità ai rapporti di lavoro avviato. Buona parte di questi dovrebbero essere assorbiti dal settore privato. Occorre mettere in atto una strategia per i prossimi anni per l’assorbimento di questa forza lavoro. Se necessario, sarà attraverso schemi di incentivi, nella forma di sgravi fiscali soprattutto per le Pmi. Più in generale, per la sostenibilità dell’intervento diventa inoltre essenziale legare gli esiti del PNRR a strumenti nazionali di politica industriale oppure alla politica europea di coesione. Questo in modo da evitare che la massa di forza lavoro qualificata con i fondi PNRR diventi un problema per la politica italiana o una ricca opportunità per gli altri paesi europei

Coesione territoriale e prospettive future

Pochi dubbi sorgono anche in merito a una funzione di riequilibrio che hanno giocato i finanziamenti sul trasferimento tecnologico in termini di ripartizione territoriale e di genere. Questo risultato di natura sociale è in linea con l’impostazione generale del PNRR che prevedeva una azione di coesione e riequilibrio territoriale. Affinché la spinta riequilibratrice del PNRR diventi strutturale occorre fare un passo in avanti del sistema Università e industria attraverso investimenti in digitalizzazione e miglioramenti organizzativi. Nel caso delle regioni del Mezzogiorno, l’integrazione con altri strumenti di policy è essenziale. In particolare, l’integrazione con i fondi di coesione provenienti delle politiche europee di coesione rappresentano un’opportunità fondamentale considerato il basso livello di spesa raggiunto ad ora e la quota ingente di risorse dedicate alle regioni del Sud.

Anche la recente emanazione di due bandi MUR per il sostegno di iniziative di rafforzamento delle filiere strategiche e per la messa in rete di forme di aggregazione tra i soggetti della ricerca , unitamente alla creazione di un nuovo Fondo per sostenere nel biennio 2027-2028 i Centri Nazionali e i Partenariati estesi, sembrano essere prime misure orientate a consentire di consolidare nel lungo periodo gli investimenti introdotti con il PNRR.

Infine, il peso maggiore delle iniziative e dei finanziamenti nei settori del digitale e del clima, oltre a quelli per la salute, suggeriscono che la missione si è mossa in coerenza con le priorità dell’agenda di politica economica europea, in particolare rispetto alla duplice transizione digitale ed ecologica con un occhio di riguardo alla competitività dell’industria e all’innovazione tecnologica. 

La sfida del monitoraggio e della valutazione 

Se il PNRR ha delineato un quadro di politica della ricerca e dell’innovazione come non se ne vedevano da anni e se con la conduzione dei progetti si “è giocata la partita”, adesso scatta la sfida del monitoraggio e della valutazione ex post dei casi di successo e della loro sostenibilità. 

La maggior sfida, ma anche la maggior criticità, è che dopo il 2026, le nuove realtà che sono fiorite rappresentino un’opportunità e non un costo. Di conseguenza bisognerà avere la capacità, attraverso la raccolta di evidenze empiriche, di valutare i successi e gli insuccessi. 

In un orizzonte di medio-lungo periodo, l’implementazione del PNRR andrebbe trattato come strumento di politica industriale, come un “servizio di utilità” per la competitività del paese. Che il sistema di trasferimento tecnologico del nostro paese abbia bisogno di una revisione è opinione condivisa da molti.

L’abbondanza di risorse del PNRR ha momentaneamente rinviato, ma non del tutto risolto, la scarsa propensione al trasferimento tecnologico fondato sull’assunto semplicistico che i processi di innovazione siano principalmente basati sulla disponibilità di tecnologie da parte di Università e Centri di ricerca e che queste siano messe a disposizione, a catalogo, organizzando uffici di trasferimento tecnologico, brevetti, licenze. Che Università ed Enti cerchino la valorizzazione economica della ricerca e di massimizzare i propri asset è cosa molto positiva. Ma è largamente insufficiente rispetto al compito storico di diffondere processi di innovazione nell’intero sistema produttivo italiano. A conclusione, si può affermare che la vera sfida per il PNRR e in particolare per i suoi strumenti di trasferimento tecnologico cominciano proprio ora. 

Scopri subito la nuova edizione di

Tecnologia & Innovazione